Chiara Daino
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14 Marzo 2011 17:23:07

«So buy me somethin' to eat

I'll pay you at another time

Take it to the end of the line»

[G’n’R]

 

 

 

Mio geniale Lettore, forse tu non sai che quando ti scrivo – «geniale Lettore» – riarrangio «l’amica geniale» di Carlo Dossi. Perché comunicartelo? Perché scriverti? Perché siamo amanti! Amanti segreti e fedifraghi! Dans l'tourbillon de la vie: On s'est connus, on s'est reconnus,/On s'est perdus de vue, on s'est r'perdus d'vue/On s'est retrouvés, on s'est réchauffés,/Puis on s'est séparés. Il rapporto tumultuoso che Autori e Lettori instaurano, restaurano, cessano, rinnovano, ... – è un’antica altalena amorosa: darsi e capirsi. Se non altro: provarci. E ci tenta e si tenta: l’incontro. Alle volte e molte volte: si è stanchi. Inutili e impotenti, ci trasciniamo pestando i nostri paragrafi, le nostre parafrasi, tutto – per domani più poetici. E gli amici? Quelli «geniali»? Gli amici geniali sono forse quelli dotati di genio? In quel qui di Genova si usa dire «non ho genio» per significare «non ho voglia» e la voglia e la volontà sono la mia voglia e la mia volontà. Di conoscersi e riconoscersi. Come quando spolmoni ai concerti. E nel pogo ci percepiamo amici e fratelli! E nell’assolo d’ombelichi di tanti troppi letterati – è un colpo di reni, un risorgere d’incanti, recitando Pasolini: «Siamo stanchi di diventare giovani seri, o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito così sicuri. Non vogliamo essere subito già così senza sogni». E se ti scrivo Pasolini, a chi cosa pensi? Forse anche Tu agli accordi di Diamanda. Forse anche Tu come Francesco, sei in quello stesso angolo: all’incrocio che è un unico, grande, filtro. Forse un imbuto, un imbuto capovolto, quel quid che – ridicolo – l'autore Dama non sappia, non riesca riassumere rapido in un termine solo. Può solo cantarlo, con «il compagno di banco», con l’anima che ti passa il compito, con l’anima che ti corregge il compito, con l’anima che sa del «Boddah» che hai scritto...

E tutto l’intro è solo per dirti, geniale Lettore, quanta comunione possa generare una generazione che forse generazione non è – ma ha ancora voglia di incarnare Use Your Illusion, incarnare quel suono «c-lasse ’74 e ’81». Quel qualcuno si chiama Francesco Sasso, nomen omen, Salt of the Earth. Quel qualcuno è fraterno indentrare uno spartito, un ringhio, un borchiato condiviso – perché anche quando siamo davvero troppo stanchi per bussare alle porte del Paradiso, nel nostro inferno, schitarriamo un sorriso!

 

 

Grazie Francesco,

 

Things will be just fine

You and I'll just use just a little patience

 

 

 

*** DANTE IS DEAD – di Francesco Sasso ***

Da qualche tempo il rock e la letteratura sembrano aver raggiunto il punto in cui tutto è stato già detto. Non si può suonare meglio di Hendrix, scrivere meglio di Gadda, disperarsi più di Kurt Cobain, spettacolo che non prevede repliche. E il non vedere nuovi orizzonti è fonte di nuova disperazione.

Intanto, il mondo viaggia su binari morti, i musicisti odorano d’acqua di colonia, i poeti ronfano poesia di ricerca vaginale. E quindi non resta che tornare alle origini, nel rock come nella letteratura, alla ricerca della musica onesta, ai riff ben costruiti, alla cruda distorsione, al ritmo ossessivo. Insomma, recuperare il sound della propria esistenza, senza fraseggi commerciali. Eterno ritorno alle origini. Tour nella letteratura e nel rock. Certo, il mondo è cambiato. Di sicuro siamo cambiati noi, c-lasse ’74 e ‘81. Eppure il ventaglio delle possibilità che si aprono è ampio, nella musica come nella letteratura, nella percezione della morte: impossibile che le cose vadano peggio. Paradise city. E quindi, caro lettore, lascia che per una volta io scriva una recensione sbrindellata, bucata. Lascia che parli del tentativo di un poeta di captare l’onestà, di superare i propri limiti, di guardare dritto negli occhi la vita e non il suo simulacro fallico. Di cosa parlo? Liscio come un assolo, parlo di un poema in terzine dantesche scritto da una “borchiata” del Duemila che vive la vita recitando. Di un poeta che ringhia amore, di una operazione di una solennità quasi religiosa, di mistico rapimento verso la carne che suda dolore e sesso; della contemplazione di una donna che rabbiosamente distorce la propria esistenza, della determinazione con cui sono volutamente indicati persone e luoghi della scena rock e letteraria nostrana, e che trasporta il lettore in un mondo da Welcome to the jungle. Caro lettore, cerco di rappresentare, strafatto, tutto il pathos dell’opera insomma di un poeta che urla che nulla andrà a posto, che l’amore è trappola, che è stato suonato e scritto tutto, che noi però ci abbiamo provato lo stesso (noi, c-lasse ’74 e ’81), che l’ipocrisia non fa l’amore, che per molti, scrivere poesie è solo una scusa per non cercarsi un lavoro. Dimenticavo il titolo dell’opera: Metalli Commedia. L’autrice della cover si chiama Chiara Daino (Genova, 1981). Per concludere il mio loop, aggiungo un paio di filtri sulla traccia incisa: Metalli Commedia è roba forte, un calcio allo stomaco. Un solo appunto: forse avrei annacquato il lessico al doppio malto dell’anno Mille, ma la poesia è servita ugualmente. E per chi ci accusa (noi, c-lasse ’74 e ’81) di immoralità, una preghiera: nella disperazione, lasciateci gioire.

 

http://retroguardia2.wordpress.com/2011/03/14/dante-is-dead-la-%e2%80%9cbeata-metallitudo%e2%80%9d-della-dama-chiara-daino-metalli-commedia/

 

 

 

 

WE RUN

WE WANT

WE FUCK

WE... 


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