Chiara Daino
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Nazione Indiana Estratto da Nazione Indiana
24 Agosto 2009 20:31:36

Chiara
[ M. C. ]

e fammi vedere: quanto maschio puoi diventare
questo è quello: il solito – noioso insicuro, bevo
e mi trastullo al sole e non articoli che molli frasi
fatte patologiche – e farmi femmina felice, forse
credimi: non è in tuo potere. ho la buona creanza
di non fingere m’interessi quello che – mi dai a bere

[ que se muere dìa a dìa! no quiero beber de tu rio]

vuoi figurare? voglio finire! in fretta questa farsa
covo un comodo atto unico! chetichello dal Circo
para boca te chupo todo: temblor corto y rápido
sei il nocciolo che sputo, senza drupa di ciliegio

sei tedio come ogne membro o ponte lungo
come la coda – in strada – com’autunno
capita una volta all’anno: ripeti la funzione periodica!
mi chiedi cose così: nuovi malanni e vecchi fastidi
ampolla il Nero la bocca diAvola – e cocci di corpi
chiusi nel come nel dove – gettòno
musico la solita solfa del solito spunto

al solito bevo – «in nomine Beck’s et Whisky
y Frozen Daiquiri », bevo «in nomine Brandy
Vodka et Cuba Libre» brindo «en el nombre
del Mambo, della Rumba y del – Cha cha cha»

poetica le sette lettere della parola
epatica poeta le sette note disturba
in una parola ematica – si sanguina
quale derma quale cena quale stella?

scarica a cielo aperto, concimi bene
anche a te ridiedi: la voglia di ridere
vita e sangue che mi succhi e ti nutri
e dimentichi l’altra – e mi dimentichi
dormi placido dormi pago dormi profondo
bevo la cucina bevo piango bevo tutto il tuo

vino, un vino davvero vecchio, marziale epigrammata:
per un vecchio che finge di essere giovane non inganni
personam capiti detrahet illa tuo – sono quella Proserpina
quella che presto strapperà dal tuo volto la maschera

quello che ti doveva ha fatto: sei in salvo dai fantasmi
e adesso che tutto il vino è finito, mi asciugo la bocca
e allungo il passo: prendo la porta e chiudo il cappotto

quanti incubi posso affrontare senza più dormire?
Cameriere, lascia stare! non serve – un altro – calice
versa qui il veleno, qui dove: brucia bene. la ferita!

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Jacopo

Sollevarono la testa verso l’alto
apparsa, oltre il cespuglio che li nascondeva,
la luna.
Una reminiscenza liceale lo fulminò:
“La luna è il ricordo di una deflorazione celeste.
Forse ancor prima del menarca, la Terra,
giovane e incandescente,
venne prese di mira da un asteroide libidinoso
che, un giorno, si tuffo’ a bomba
nella gigantesca bacca granata.
Spacchi, schegge, cocci, tronconi,
banane grandi come regioni
presero il largo verso l’alto,
verso l’altro.
I frammenti sciamarono all’unisono per milioni di anni,
come una costellazione impura.
Curiosi, si approssimarono, si unirono
e tornirono in un cielo senz’aria,
rosi o cesellati
solo dal tempo”.
Gli occhioni accidentati,
oltraggiati, improvvisarono una piccola marea,
che li travolse, insieme al menarca, al cespuglio
e al liceo.

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