Chiara Daino
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Chiara Libre Estratto da Chiara Libre
30 Giugno 2009 05:53:40

From: daino.chiara@gmail.com

Sì, pare proprio sia io, così: Chiara
[sempre che il nome sia sintomo e sinonimo di uno specifico, sigillo e suggello per provare una non meglio precisata realtà]. E quanti giri di quadrante – da quando si spolpava, insieme, ogni secondo? Ora perdo tempo e il tempo mi perde nelle tese di uno sforzo in serie: sono stanca. Tanto troppo stanca anche io. Stanca pensare e pensare stanca. Stanca anche solo pensare, e stanca pensare di continuo – al passato. Io ero. Stanca di pesare i miei morti. Mai mia «la culla di calma». Stanca di dosi: si eccede. Si sa: stanca il dovere. Il «dire pieno» per «dare prove». Dare in pasto. Ai giochi dei bimbi grandi. E seghe verbali. Da psicologi, psicopompi. «Ogni giorno vedo lo stesso volto: rotti riflessi dal tubo – e si adatta all’abito». E si sta: nella stanca fila in attesa. Di sapere: quale svolta? In procinto. Di subire. Sempre sotto: pressione, giudizio, torchio. Sotto spirito. Sotto tono. Essere sempre. Dovere sempre essere. Dovere essere sempre all’altezza: aspettative che rimangono, rimandano, reclamano. Tutti esigono: la funzione sociale, il sembiante esposto.
Se lo specchio fosse sincero, forse, … Sono scorte? Sono pupille pervertite o pupille prevenute? Forse, se solo… È solo che stanco chiunque, chiunque mi stanca: è il fattore fastidio. La persona molesta. [E si legge alla seconda: eleva a potenza chi nasconde]. Quanto sono: stanca di stagni. Si decida lo scaffale: dove posso scomporre – senza scuse, senza sanzioni? La mia triste tiara non si tange, è una noce nera. Una scheggia che si stacca, si sistema sotto pelle, una statua sottile: si scaglia lontano lo scalpello…
Se rubo lo spazio al rumore: è senza rete, senza trapezi. Le ali mi tengono? Tanto stanca di. Per non. E si beve il sangue dell’ultima Ansa. L’ultimo verso, sceso dallo scavo. Un bacio sulle rotule. A chi non dice: chi sono. Chi è chi. E chi [se docet esse, si placet – scrisse]: la Dama deve? Mangiare? Mettere mano? Manifesto sul muro? È solo e sgombro chi vede: la cicatrice sul sole, il coniglio sulla luna? Nei mille e millenni di mostri, di martiri: quanto violenti? E lascia il fumo, lascia la fiamma, lascia per me un sacco di scarti: se non li desideri. La stella che sia, si spegne. Lo schermo screma il rischio. La lotta, il sasso, i passi contro sono come. Me mesta.



Stringo solo un soldo, per pagare Caròn.



Come sempre, oggi è come ieri: «sono stanco», «sono stanca». E non siamo i soli: è la risposta al «come stai?» che più si spreca, nella Storia.
A presto! Appena atterri in patria.


From: ....@yahoo.it
Zombie precoce viene: tra tre giorni. Sabato al Little Italy. Se ci sarai, sarai lì.


From: daino.chiara@gmail.com

Piccola, grande certezza nella vita: punta sicura nel luogo di nicchia. Che arrivi a detestare: anni spesi nello stesso locale, sera dopo sera – il solito, con la solita clientela. E vorresti cambiare sfondo, ma sai che lì [lì sì]: ci puoi trovare. E ci trovi tutti. A bere!
Con due scopi: fare festa e fare finta. Farsi forza come prassi, farsi scudo di una scusa, farsi male per fottersi bene. Bachi deformi al banco: la bava di seta è doppia. Quale trama? Cercare le Fate e perfezionare le parche fila – in dote. Discorsi e Destini. Dei dannati bevitori: alfa, beta, gamma, delta, epsilon… L’abuso di alcol è un abito: la vecchia veste per nuove pene. Non fa una piega:



piaga


E il mio Dottor Padre mi diceva: «saresti stata un chirurgo eccellente: operano solo se sono ubriachi». Poi si è arreso: alla mia dipendenza. Serva dello scritto, mi servo il suicidio: in gotti senza fondo...
L’istinto è quello. Quale? Il mio è: doppio. Un solo distico. Acuto e sciocco, il mio pungiglione è pungolo. Il mio piacere, il mio orgasmo è un ossimoro spurio. Io mi amo e ti odio. Ti odio: tizio che ti ficchi nei miei spazi di lacuna. Io mi amo e amo i miei posacenere sommersi dai mozziconi, le mie torri di libri, la pioggia di cera quando blindo una busta. E ti odio: odio i tuoi silenzi, il tuo muggire, anziché parlare. Odio sentirmi una donna forte ovunque, e capire che sei [sempre e solo] tu a volermi fragile e friabile, per farmi a pezzi. Affondare me, non ti farà emergere! Io mi amo e mi odio quando soffro perché qualcuno sfonda il mio metro: i miei piedi non imparano i tuoi passi. Hai scordato il violino per la Danza Macabra. E non c’è memoria di bacio nel calco della tua bocca, e non provi più dolore quando riduci le mie labbra nell’angolo di silenzio. Il morso che ti regalo non è freno, è ferita: «per la funzione acquisita, Natura le diede denti a sciabola e zanne zaffiro». La mia pelle non si tratta, non si calza, non cede il colore che vuoi allibire solo per avermi: anonima ameba. Non ami me che amo. Non ami il mio impero di sogni, il mio verso imperativo: non ami! Il mio ritmo regge e segue un tempo dispari [uno solo, il mio!].
Ti confesso che amo – versarmi parole dolci e bicchieri di rum. Ti confesso che odio – la tua indifferenza per la poesia e per tutto quello che non ti riguarda. È così: io amo l’infinito, l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, tu odii la misura delle mie passioni. Io odio le mie ricadute nella malattia. Tu ami l’idea che io non sia veramente malata. Io mi amo perché mi entusiasmo – per un piano di papaveri. Tu odii anche le carezze. Io mi amo quando piango, lo sfogo alla rabbia che sarebbe violenza: sfondarti il cuore a pugni. Tu odii chi non liscia le tue piume galliformi. Io amo la mia grafia gladiolata, la mia penna psichica. Tu odii le mie ali: spicco il volo e ti lascio alla terra che già prepari per la mia tomba. E nemmeno allora mi negherai il cielo: ho scritto. E le mie ceneri si chiamano.



Sole.

C.D.


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