Chiara Daino
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PostPopuli Estratto da PostPopuli
01 Dicembre 2012 12:00:00

«Io tutto cenere»
[Leporello, servo di Don Giovanni]

«Rosa genera rosa e spina genera spina» e ritornella quella Regina di Cuori di liceale memoria ché, via cavo, amalgama i Litfiba e Nadia.
Ogni volta ch’ella dialoga con il poeta Agustoni, parola genera parola e amicizia genera letteratura. È il nodo dell’onda che tutto bilancia e controbilancia; tutto equilibra e riequilibra: una telefonata non è mai solo una telefonata quando il timpano interno è consonanza sororale.
E si spiega [o almeno: ci prova!]: ogni biografia non è mai autobiografia da diaristica adolescenziale quando si vive da ponte e si sa che la Vita [bìos] è un Arco [biòs].
E quante parole sono parabole? La gittata cardiaca è traiettoria che fiotta dalla lingua all’orecchio e dall’orecchio alla lingua, in una comunicazione DAVVERO uroborica.
Dal «come stai?» passando per le solite patetiche pastoie poetiche; esplodendo sinapsi e sintassi; marciando nei ricordi e futurandosi incerti; ridendo felici del poterne finalmente riderne; saltimbanchi di suggestioni – nascono anche così brani improvvisati prima e concertati poi.
E quando Nadia le raccontò della sua Resistenza fu entusiasmo:
«I SERVI PICCOLI! È stupendo! Devi assolutamente scriverne!»
«Ci chiamavano davvero così…»
«A maggior ragione! Lo sai che parli in versi, Nadia? Sei un capolavoro. Devi scriverne!»
«Tu dici?»
«Io dice e ridice: devi scriverne! Imperativo e categorico».

Ed ecco: come Nadia convertì in Forza e Bellezza, forgiando in foggia di trittico quell’Arco che incocca e saetta.

I SERVI PICCOLI
Tre racconti inediti di Nadia Agustoni

da becomemoresognidoro.blogspot.com

(racconto uno)

stavo lì in piedi nel vapore di cucina e di macchine, ci uscivano piatti lavati bicchieri lavati… uscivano i vassoi delle colazioni dal montacarichi interno dove li caricavo pieni di cibo, li facevo salire su poi scendevano… dopo erano sempre pieni e si buttava il latte a litri nei lavandini, pane tartine e marmellate nella spazzatura… stavo lì nella divisa incollata, con le spalle che mi tenevano da qualche parte con un altro tempo, ci pensavo qualcosa di vecchio e poi ci pensavo il nuovo come uno scherzo… avrei detto a R. questo e questo e questo non fanno questo, non fanno niente loro, io sono lì… sono lì tutto il giorno o di sera, di notte porto fuori spazzatura, sacchi sulla strada fino al cassonetto… sempre le spalle incollate, avere come ali che non si aprono… scappiamo dalle serrature… guardiamo per vedere, imparare il mondo, leggi di ferro… con la governante, il maggiordomo che si siedono a tavola da soli… i servi piccoli li guardano… i servi piccoli tirano fuori il coraggio dei piccoli e quelli nella loro boria che pietà alla fine, una miseria di poco… i servi piccoli vedono crepe nel silenzio dove le parole sono nascoste, ma questi cosa sanno delle cose, dei racconti di buio di sole di prati… questi con divise come i soldati con gradi alti, lei stirata in un tailleur… ti racconto che lei era francese e lo parlava ogni tanto nell’italiano come un errore… e l’albergo con tutte le stelle sulle bandiere in Piazza D’Azeglio, Firenze come bruciata dalla prima estate… lasciato tutto in tre giorni, un girone di affamati era meglio… bevuto bicchieri di latte bianco dopo, come sentirsi dentro una lavatura… i giardini della piazza cantano quando vado sulle panchine a leggere… i libri sono le persone dentro, ci parli col tuo mondo… dopo… dopo questo tempo i mesi diventano autunno, il Mugello è tutto nelle foglie, nei sentieri vuoti… questo salire di campagna, i piedi camminano attaccati all’erba, le spalle sentono il maglione di lana… abbiamo pensato le cose troppo a lungo…

(racconto due)

uscivo dall’asfalto… il vento nelle gambe o forse un mulino di braccia e giri nei giri di città, Firenze tutta periferia con l’Indiano… svagando nei mercati e nell’aperto dei viali quando vanno via, scappiamo nelle scale dei condomini a vendere un pronto soccorso lire diecimila del novantadue, tesserino e cappello… la pioggia infila gli occhi come aghi, paglia… se ero un pagliaio mi nascevano biondi gli occhi, un oro vivo, spremuto… la città era tutta bassa, il suo Dante nelle botteghe invecchia come Bibbia, vino… gli dicono lumi… lo sposano ai turisti… con i guelfi i ghibellini, il calcio in costume a Piazza de Ciompi… respiro fino al cimitero degli inglesi, penso barche biblioteca con dentro saggezza di soffitte… poi era Bilancino, diga di montagne che non sapevo, scendevo i treni a Borgo San Lorenzo come un diavolo fallito a fare il diavolo… si lavora sulle mani, dorsale anche lo stanco di ripetersi… giorni di carriole e bosco… giorni che gli alberi ti fanno nome….

(racconto tre)

era come fare i moschettieri… una domenica al Passo del Furlo in un bar in quattro a giocare a biliardino, al nord lo chiamiamo così… io pensavo figurine del calcio, quella introvabile – ai tempi – di Pizzaballa, l’Atalanta era in B, noi senza sogni di grandezza, coi gelati tiravi festa, muovevi per cuocere le uova, c’erano ciliegi in fiore, l’ombra della montagna… la rivoluzione veniva con le lumache, appese dentro le gabbie ai muri spurgavano cacchette, dopo ci mangiavano polenta… la rivoluzione coi fucili da caccia, i partigiani a posta dei fagiani non smettevano di tirare sul grano, ma la testa era astratta, luce di lampadine quando fa poco… quando volevo la tessera dell’A.n.p.i mi dissero fai un questionario, quasi un esame che si passa, io non trovando tempo lascio traccia di questa resistenza…


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