Chiara Daino
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PostPopuli Estratto da PostPopuli
12 Settembre 2012 12:00:00

Kurt Cobain (da musica10.it)

«Non prendere mai il tuo frigo a martellate!»: quando qualcuno querula un qualche consiglio [e detesto dare e ricevere consigli] me la sfango grazie a Kurt Cobain, grazie al brano tra i più amati e meno conosciuti dei suoi Diari: «ore dopo Tracy ha avvertito un odore molto penetrante e pensavamo che potesse essere il freon, per cui abbiamo fatto uscire gli animali domestici, e poi l’odore è peggiorato al punto che non potevamo più entrare in casa. Dopo ha cominciato a bruciarci la pelle e quindi abbiamo pernottato dai vicini per una sera e poi a Tacoma la notte seguente. Pare che non fosse freon ma un gas ancora più velenoso, il diossido di zolfo. È come riempire un secchio di candeggina e ammoniaca a attaccarlo alla faccia di qualcuno. Avevo lasciato fuori un budino Swissmiss alla vaniglia; il giorno dopo l’ho trovato di un vivace verde fluorescente. Morale: non prendere mai il tuo frigo a martellate».

Ridendo forte per tanto, fraterno, candore – raggiunsi il «Nirvana» durante le pause di un reading poetico [tradotto: quando ti fai i cazzi tuoi con gli altri poeti perché chi sta declamando andrebbe denunciato all’EPOP, Ente di Prevenzione dell’Orchite Pandemica].
«È come il Barocco: può estasiarti o infastidirti, ma dovrai sempre farci i conti»: così presentai Kurt Cobain a Marco Ercolani. E non pretendo [in realtà: fingo di non pretenderlo] che chiunque abiti la Repubblica della Lettere abbia letto L’Adone, ma non transigo quando si parla dei Nirvana e di Kurt: non si possono ignorare. Punto. E a capo.

Digiuno di querelle tra musicisti e musicanti e musichieri, Ercolani s’attuffò nei suoni e nei testi di Kurt [lapidatemi pure, ma userò sempre Kurt come sinonimo di Nirvana] spogliandosi della propria pelle poetica per vestire la camicia grunge ed ingollare quel ribelle sangue pescino.
Figlia di questa operazione è la pagina valvola – sfiato e cardio – che segue.

Pace, amore, compassione
di Marco Ercolani

Marco Ercolani (da agenzianewsworld)

Da altri Diari editi e inediti di Kurt Cobain (1992-1993).

Ma io non sono un artista. Quando dico “io” in una canzone non significa che quello sia necessariamente io. Io è qualunque cosa.

Perforarsi le orecchie con un coltello, tagliarsi le corde vocali. Non sentire, non cantare.

Che sia un messaggio facile da comprendere. Se smetto di suonare che tutti almeno sappiano perché. Devo essere sincero. Sincero. Sincero.

Non provo più piacere ad ascoltare e creare musica, leggere, scrivere. Sono colpevole. Colpevole. Colpevole.

Quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sale il boato pazzesco della folla non mi eccito come succedeva a Freddy Mercury. Lo ammiro e lo invidio per come amava voi, ma io non posso prendervi in giro. Non è giusto per voi e per me. Il peggior crimine sarebbe ingannare la gente fingendo di divertirmi al 100%. Io non mi diverto più. Io non provo più niente. Voi gridate, per la mia musica, della mia musica, dentro la mia musica, e io niente. Come se tutto fosse merda. Cazzo! Come sopportarlo?

Io sono uno di quei fottuti, sensibili narcisisti che si godono solo le cose passate. E tutto è passato. A ventisette anni, tutto. Passato. A ventisettemila anni.

Per sapere com’è la vita nell’aldilà, basta un buco di eroina e un tiro di protossido di azoto. Così si fa il salto.

Consiglio ai figli di puttana: darsi fuoco servirebbe.

Dio è amore. L’amore è cieco. Io sono cieco.

C’è del buono in ciascuno di noi, io amo ognuno di voi, ma questo mi fa sentire di merda. Ho solo compassione di voi. Perché morirete come cani, divorati da qualche male, straziati da qualche ruota. Fottuti.

Mia figlia mi ricorda troppo com’ero. Piena di amore e di gioia, bacia tutti quelli che incontra perché tutti sono buoni e nessuno le farebbe del male. Mi terrorizza fino al punto che non riesco più a muovere un muscolo. Non sopporto l’idea che Frances diventi il miserabile death rocker autodistruttivo che sono diventato. Deve potermi odiare per averla lasciata sola. E mi odierà, ci penso io.

Niente. Niente. Niente. Sono arenato. Abbandonato. Ossessionato. Non penso. Se penso dimentico. Un dannatissimo oltremondo alla Leonard Coen. Vorrei averlo dentro, e crederci.

Sono arrivati i morti. Mi accusano per le mie stronzate. Mi chiamano.

Dio decora le case dei porci. Dio mi scopa. Dio mi semina i capelli con le sue uova.

Eroinomane, alcolizzato, narcolettico, nevrotico, una formica impazzita che in qualsiasi momento può andare in overdose, buttarsi da un tetto, spararsi in testa. Ma se almeno la mia musica fosse questa follia e non la merdosa cantilena che applaudite!

Tutte le mie parole sono grigie. Tutte le mie canzoni sono bianche.

Vorrei divorarmi, vomitarmi. Mi sento avvelenato. Vorrei salvarmi.

Nel sole mi sento intero nel sole.
Nel sole sono spento e sepolto.

Faccio musica del cazzo, timbro il cartellino a ogni concerto. Di più non posso. E allora? Buttami la benzina, addosso, e accendimi!

Il fucile è appeso al muro. Un bel colpo, e via! Ma sono così fatto che non potrei neppure tirare il grilletto.

Chiudo la porta del frigo, mi sparo un buco di ero, corro sul palco, canto. E voi non vedete neppure che sono un morto che apre la bocca. Pecore cieche!

Devo tornare nella clinica di Betty Ford. Devo inculare Betty Ford e trasformare la sua clinica in un bordello.

Non ho cervello, non ho stile. La mia chitarra il pezzo di legno che spaccherò sul cranio di quel fan di Reagan.

Perché nulla è risolto, perché siamo fatti da schifo? Perché la nostra pelle se la buca un ago siamo fottuti?

Grazie, grazie, grazie a tutti voi, dal fondo del mio stomaco nauseato.

Le finestre? Perché devo aprirle? La mia casa puzza, deve puzzare. Ora apro il frigo e mangio tutte le ombre…

Io, io, io, ho inventato qualcosa?

Non provo più entusiasmo. E allora, a cosa vale continuare? Ricordate: è meglio bruciare che spegnersi lentamente.

Tutto è così debole. Una melassa di suoni. Io voglio un finale vero.

Solo i suicidi sono esperti in finali. Gli altri sono mummie incannulate.

Pace, amore, compassione.

Courtney, cazzo, non potevi farmi sborrare nella tua bocca invece che truccarti come una troia e scopare come un androide? Courtney, cazzo, perché mi riempi di droga più di quanto io…

Ora siamo soli, Kurt. Tu mi leggi, io ti scrivo. Ti dedico queste parole. Ho solo loro, e questa musica che non mi tira più l’uccello. Che non mi allaga più la mente.

La chitarra nel cesso ce la butto io domani, per sempre. E, se volete sentire la mia musica, risentitela. Io non ho più niente a che fare con nulla.

Amore, amore, amore a tutti.


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