Chiara Daino
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PostPopuli Estratto da PostPopuli
01 Maggio 2013 16:00:00

«Per quale mercoledì potresti mandarci il pezzo di musica?»
«Furiosa, lo sto già concertando, Juanito. Lo avrete tempo due giorni»
«La tua furia diventerà righe preziose! Perfetto per il primo miércoles, grazie»
«A Te! Lo sai, vero, che il primo mercoledì di maggio – sarà il Primo maggio?»
«Sì, ciccia, ho visto. L’aggancio è ottimo!»
«Fosse la volta buona considerino il nostro un mestiere?»
«Sarebbe l’ora!»

Caro Hobbista Ti scrivo,
così ti distruggo un po’, e siccome sei molto borioso, più duro ti scriverò.
Per quanto sei patito c’è una sola verità, sei strafatto di coca lo sai,
ma non è certo una novità…

Lucio Dalla (da Wikipedia)

Lucio Dalla (da Wikipedia)

Permettendomi parafrasare parodisticamente pescino Lucio – non trovai incipit migliore per articolo che tentarono impedirmi scrivere. «Ti convincerò a non scriverlo!»; «Tu non lo scriverai»; «Scrivilo, tanto nessuno ti legge»; … E Ti risparmio, mio Geniale Lettore, altro spocchioso paupulare banalità simili. Discettiamo pure di Arti: avete braccia tentacolari abbastanza per spezzarmi le gambe?

«Scrivere di musica è come ballare di architettura» incise il Saggio e concordo. Tuttavia: non tollero il cicaleccio spolmonato, sgolato e sfiatato di chi crede si possa essere politici soltanto chiosando il grande; soltanto facendosi grande grazie alla larga scala di una crisi globale. Al telescopio ho sempre preferito il microscopio e partiamo dalla mucillagine, quella che ricorda Zerocalcare [«nel 2007 l’annuale rapporto del Censis definisce la società italiana come una mucillagine, dove tutte le componenti stanno insieme solo perché accostate – mai integrate»]; partiamo dalla mucillagine di certi musicanti/musicani genovesi.

Mappo le mie cicatrici, scrivo il provato e il vissuto, scorteccio l’ipocrisia che conosco e – purtroppo – subisco. Trovo pornografico il comodo gnaulare la deriva dell’Arte italiana in pubblico e perpetrare un satanico stillicidio in privato. FATE QUELLO CHE DICO E NON DITE QUELLO CHE FACCIO? Mascheriamo il Medioevo da Illuminismo? Non ci provare, Lucifero… Per alcuni potrai anche essere il più bello degli Angeli di Dio, ma non potrai mai plagiare un pazzo vero.

E il pazzo vero è l’occhio nudo, privo di paure e di censure; è il timpano scordato capace di onestà proprio perché la tua cricca non lo considera; è la lingua bambina che formula una domanda semplicissima: «perché i soldi per pagare l’artista, l’artista non hobbista – ti mancano e richiedi prestazione gratuita? Te lo chiedo perché i soldi per pagare la cocaina, tu – caro hobbista che ti dici artista – li possiedi e li impieghi per simularti Mick Jagger».

Ricordandoti che Mick Jagger sia Mick Jagger [esattamente come Baudelaire, Kerouac, Marianne Faithfull, Lemmy Kilmister, Alice Cooper, …] NONOSTANTE gli abusi e non GRAZIE agli abusi; per quel che mi riguarda puoi anche dire addio alla tua cornea perché pratichi l’eyeballing – sì come puoi fracassarti tutto l’endoscheletro in virtù del tuo amore per il balconing… Non sono tua madre né il tuo medico curante e non pratico patetici buonismi/salutismi [tutto il mio è pubblico e pubblicato], ma se piangi povertà e poi ti sniffi la Colombia, avrò diritto sentirmi raggirata?

Caro Pippandro, intasi le narici mentre sbavi ottimi propositi; ovatti la bocca di acidi mentre parassiti i morti [e sui dorsi dei COCCODRILLI a Genova, navigano da anni]; m’insulti perché non rientro nei tuoi canoni e, nel frattempo, diventi uno dei miei migliori amici per ottenere [o cercare di. Gli informatici non sono così ingenui come gli scrittori] servizi promozionali non retribuiti [dalle locandine, al sito; dalla prevendita biglietti alle recensioni sui portali musicali]? Nihil sub sole novum e già concatenai:

«Nel nero ch’all’occhio goccia, pupilla
pinta pura, spada sarotti e drudo
nel tristo guadar stilla coccodrilla

per le fangose labe non c’è scudo!
Più d’uno che ragliò, con arroganza,
qui è piagato dallo Terno Crudo».

Percorsa poi – una breve distanza
giungemmo noi: sull’orlo d’un gran gorgo
che gran grida ribolle in lontananza

Con prudenza, più avanti mi sporgo
che’l Duca m’invita: «guarda là sotto!»
così riconosco li Tre che scorgo:

urla Di’Anno poi urla lo Scotto
infin l’Adriano, urlan furenti
«Ricominciamo! Dettato per otto!

un-duè-tre: do re mi fa sol do lenti!».
Più forte grida – lo Duca – mi spiega:
«Quest’è la morchia degli incompetenti!

Quei che sempre, pur valendo ‘na sega
si son detti, senza veri talenti,
trecazziemezzo – sovr’ogne collega.

Qui lor guardiani gridan rudimenti,
dai colli taurini fuòran per stoma
la cella ritmica data d’accenti!»

E come Alice mi fu Virgilio nell’Averno impaginato – così altri Maestri mi furono e mi sono guida nell’infernale girone «delle Arti e dei Mestieri»: il burbero contadino Barbero [«ogni libro che leggerai in più, sarà un calcio in culo in meno che ti darà la vita»]; sommo Enrico Gaibazzi [«sii testimone e passa il testimone, ranocchietta»]; Lello Voce; Edoardo Nevola e tutte le Anime dalla mano tesa, argano pronto a sollevarmi e risollevarmi quando una caduta mi lascia in stallo e in ginocchio.

Carlo Marrale (da www.musicalnews.com)

Carlo Marrale (da musicalnews.com)

Per questo non ho mai capito l’adagio tragico, benché metaforico, dell’uccidere i propri Padri/Maestri, ma dev’essere un limite mio. Limite che, per ossimoro congenito, allargò l’orizzonte del mio crescere – artistico e personale. Conclusa un’altra giornata di provini per il Musical Solo Tu mi nutrivo, con altri timpani convenuti e rapiti, della vita donataci da Carlo Marrale: la gestazione dei testi e il parto sonoro; i Matia Bazar e le tournée; l’incontro con Freddie Mercury; le cover intonate dai Queensrÿche, dai Labyrinth, dai Godyva e dai Maledia [prego notare, Geniale Lettore, quanto ancora sia spesso pregiudizievole il Tuo circoscrivere e condannare l’Heavy Metal]; e tutto un multiverso che ci allagò per grazia e per bellezza, altruismo e disponibilità…

Navigando poi verso altro luogo, attraverso la fiumana del vicolame genovese, Santo Carlo Marrale mi prese per mano onde evitare fossi travolta e calpestata [parafrasando Milton: On Her Blindness! E già mi prese al volo nel pomeriggio quando ambliopia rischiò regalarmi discesa libera lungo scalinata del Ducale], siccome ci perdemmo a fissare i ricami architettonici che intarsiano il cielo di Zena ipotizzando una «mappatura» della Superba dettata dalle canzoni dei Matia Bazar… Raggianti raggiungemmo gli altri ma – Foscolo docet – l’universo si controbilancia, e non sempre positivamente. Nuda del nido di dita intrecciate, il diavolo volle ballare con me durante il plenilunio e, trovatami momentaneamente sola, mi grandinò addosso tutta la pochezza e la violenza verbale di un manipolo di mammiferi bipedi. Musicisti. O così si qualificarono. Fortunatamente anche Dama matura e, zittendo il Berserker che mi alberga in corpo, evitai esprimermi a *testate* [Raziocinio batte Rabbia, per una volta: gaudeamus!]; chiamai l’amico fidato; mi liberai da stretta che tentava bloccare la mia rapida uscita di scena; salutai ringraziando Carlo e falcai il passo fino al primo muretto dove tentai smettere di ringhiare.

Pur essendo segno d’acqua, mio Geniale Lettore, il mio temperamento è bilioso e il mio carattere collerico conduce alla costante corrosione interna quando non può manifestarsi: azzardai vendere al mercato nero i miei condotti lacrimali e quel ciccione del cuore, ma non riuscii trovare acquirenti… Così esplosi: in un pianto «matto e disperatissimo», Zibaldone di ferite.

Accartocciata accanto al Devoto Amico che non sapeva come arginare quel diluvio sbrigliato, all’improvviso, un Angelo: ecco Carlo Marrale che si avvicina al ritmo del sole di notte.
«Che succede?»: e mi gettai con slancio filiale nel suo abbraccio, rovinando dagli occhi tutte le riserve d’acqua del mio corpo assetato di pace e di rum.

Il Caffè Barbarossa a Genova (da www.centrostorico.genova.it)

Il Caffè Barbarossa a Genova (da www.centrostorico.genova.it)

«Non puoi piangere! Non vedi? Siamo ai piedi di Elvis!» e – chiedendomi mettere a fuoco la statua del Re che suona la chitarra all’ingresso de «Il Barbarossa» – Carlo principiò rigenerarmi melodiando: «Are you lonesome tonight… Tell me dear, are you lonesome tonight? I wonder if you’re lonesome tonight; you know someone said that the world’s a stage and each must play a part…». E nel gioco delle parti preservare la propria Umanità nonostante il tritacarne della superficialità imperante – è il ruolo più duro per un Artista. Un Artista come Carlo, Padre e Maestro, che sbocciò il mio sorriso più genuino: «non devi soffrire per quattro beline! Ti parlo come se parlassi a una figlia… Ti capisco perché anch’io mi dono senza riserve, ma questi girano ancora con la clava sulla spalla… Non puoi dare in pasto il tuo cuore a cavernicoli simili, non sono pronti. E te lo dice uno che è stato fregato e lo sarà ancora; lo sarai anche tu, ma ora basta piangere. Il film è finito!».

E calò il sipario su quel teatrino dello squallore e fu nuovamente Casa: un confronto inestimabile, una nottata a parlare di testi e di spartiti; riconoscimenti ed ingratitudini; poesie ed accordi; viaggi e progetti; cronache e speranze; caffè *commoventi* perché preparati con Amore…
E rimane. L’immane senso di gratitudine, sì come l’insegnamento di Marrale in acrostico riassumere: «B.U.B., figlia mia; ricordati sempre di seguire il B.U.B. quando incontri persone come queste: Battitene U Belìn!».
Grazie Carlo,
lo farò. O almeno: tenterò. E «nell’era delle automobili», ricordando nel per sempre anche superlativo Stellita, è «l’era di Marrale» quella che m’appresto vivere:

«Da qui all’eternità
c’è la mia volontà
l’anima mia»

http://www.youtube.com/watch?v=8mWD0x93zHU
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