Chiara Daino
CORPI DI CARTA CHIARA
SIETE DEI SIETE DEI
Il Leggio
2016, Romanzo
L'Arte del Ragno L'ARTE DEL RAGNO
Lulu.com
2015, Versi
Al Pubblico Nemico AL PUBBLICO NEMICO
Lulu.com
2014, Romanzo
Siamo Soli [morirò a Parigi] SIAMO SOLI [MORIRÒ A PARIGI]
Zona Editrice
2013, Romanzo
L'Eretista L'ERETISTA
Sigismundus Editrice
2011, Romanzo
Lupus Metallorum LUPUS METALLORUM
Lulu.com
2011, Opera Martire
Metalli Commedia METALLI COMMEDIA
Thauma Edizioni
2010, Poema Borchiato
Virus 71 VIRUS 71
Aìsara Edizioni
2010, Versi
La Merca LA MERCA
Fara Editore
2006, Romanzo
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28 Febbraio 2012 03:10:56

Parafrasando Danny Grove: «sono troppo vecchia per certe stronzate». Quale divinità sumera ringraziare quando un editore NON a pagamento, tramite curatore di collana, TI cerca per proporti una pubblicazione? Tutte! Sumere e non. E si consegnarono le bozze, grondante fierezza [in un tempo risicato che ti ha roso l'ultimo quarto di polmone rimastoti]. Che cosa accade quando l'Autore NON accetta di *felparsi la lingua* dopo aver vomitato quello sterco privato che privato è e privato resta? IL RISPETTO, miei cari, è OBBLIGO se vi spacciate per umanisti e se l'Autore è Chiara Daino – prima penserà all'anonimo greco diventato proverbio ["non c'è niente di più ridicolo di un vecchio ridicolo"]; poi guarderà la sua picozza... E targhette riportanti il *rifugio reaggiunto* ne ha! E di valide [e ringrazia sempre gli EDITORI e i CURATORI che MAI confusero i piani: il cariotipo/stereotipo MAI infogni l'Anima]. Reduce da una splendida telefonata con Edoardo Nevola [«l'Artista è una palla! Più forte ti colpiscono e più forte ti schiacciano a terra – più in alto volerai!], Dama Daino SFANCULA una pubblicazione da *tacca* e  riporta il testo in nota. Intervistario che SAREBBE POTUTO ESSERE [un piccolo corpo cartaceo], ma la SUA EMERITA TESTA DI. Non è mai stata una posa.

Non ha mai accettato di abbassare la pupilla. E ricorda: chi si culla nel *tempo perduto* ormai si affanna nel *tempo perso*. Lei è *nata per perdere*. E VIVE. Per vincere.

Lemmy le luminò la strada.

 

Ecce Dama. PER UN NEMICO DEGNO [Domande di Marco Ercolani che sempre si ringrazia per tutto quello che fece].

Il mio regno per un nemico degno,

per uno scontro

da urlo

 

 
 

 

 

 

 

Marco Ercolani:

 

Se è vero, come scrivi, che "la scrittura è fare festa con i fantasmi, perché la scrittura salva e condanna", come nasce e come si sviluppa il tuo rapporto con l’atto reale di scrivere? Cosa significa far coincidere condanna e salvezza?

 

 

Chiara Daino:

 

«Al fuoco della verità le obiezioni non sono che mantici», mio Geniale Lettore, e che l’incandescente Conte Dossi scintilli e principii ogni mio enunciato! Sombrero introduttivo che riordino il processo sinaptico e, finalmente, a domanda rispondo: è vero per come vivo. E per come vivo l’atto di scrivere: abitare l’ossimoro e cicatrizzarsi come segno mobile dove gli opposti coincidono. Due rette parallele non si incontrano mai solo in un sistema euclideo, un sistema che non mi sistema. Il conflitto è genitore di tutto e la visione dicotomica e manichea [bene/male; bello/brutto; stallone/sfigato] è vecchiume rassicurante da blockbuster. La salvezza di qualcuno o di qualcosa coincide sempre con la condanna di qualcun altro e qualcos’altro. Il cardias è beante nell’artista, combustibile e comburente insieme, che si salva e si condanna al tempo stesso. Perché? Perché è risaputo che gli artisti non siano particolarmente furbi, altrimenti sarebbero commercialisti.

 

Mio Geniale Lettore, scusandomi per l’attacco di panico procuratoti [hai chiamato il Dottore per sapere lo stato morboso e moroso che smunge le tue finanze? Bene, procediamo], sono certa ricorderai il Gabbiano di Bach... Ma quello di Cechov? «Adesso io so, io capisco Kostja, che nel nostro lavoro – poco importa se di Attore o di Scrittore – l’essenziale non è la gloria, non il lustro, non è ciò che io sognavo, ma la capacità di soffrire. Sappi portare la tua croce e credi» e quando lo recitai era un tempo troppo entusiasta perché io potessi capirlo in ogni monade e in ogni molecola. Ora che vanto l’esofago «a fiamma» e sono davvero scortecciata nel mio reflusso capisco l’eternità di quella lezione rimessa e mai digerita. Ulcera farsi spugna e fingersi sordi. Chi scrive sente, anche quando non vi ascolta. Bilanciando le sue solitudini, dosando moltitudini, lo scrittore conosce il segreto che è il segreto del Mestiere e sopporta la sua Passione [in tutte le accezioni che non ho più voglia né tempo di spiegare quanto ogni singola Parola sgrani rosari e scenari].

 

E chi scrive ripensa e riporta l’arco teso delle biografie, vite che tutte assorbe e assume: bevendosi una birra in San Vincenzo, tavolo all’aperto, col gusto e il respiro dello sguardo che non prevede disincanto, registrare il non-verbale; ventaglio di espressioni; lacerti di discorsi; ...

 

Gitaneggiando pensieri sull’«essere soli», lo scrittore si godeva quel campionario di volti e di barattoli convinti di colmare i vuoti soltanto adeguandosi a modelli societari da tritacarne, forgiava coriandoli dei suoi fogli trapassati [traumi, lodi e riscatti] quando lo straniero poggiò una rossa al suo tavolo appartato: «posso?». «Prego – rispose in inglese alla figura che le parlava in inglese –, ma non assicuro troverà il calice ancora colmo, quando avrà finito il suo chiacchiericcio al telefono». Così, con un burbero ma gentile distacco, così. E così conosce Tsvi, ebreo che ascolta i Creedence Clearwater Revival, a Genova per una breve gittata della sua vita, anima che rimprovera la disanima dello scrittore: «è una bestemmia! Non bestemmiare! Dire che sei sola è una bestemmia, perché Dio sempre ti accompagna». E lo scrittore si sente una merda, tanto per concimare altre psicosi. E lui continua: «tu non sei uno scrittore, sei un agente segreto. Loro lo sapevano che ero a Genova e ti hanno mandata a spiarmi». Loro chi? Lo scrittore giura che scrive e che scrivere non è così esaltante come possa sembrare, ma Tsvi – no!, non ci crede ed estrae un coltello a doppia daga dalla tasca, spiccando in due metà la tovaglia di carta che fodera il tavolino. Lo scrittore mezzosorride senza scomporsi, finisce la birra e ne ordina un’altra. Altre due. E aspetta che l’interlocutore spieghi il perché di quel gesto e l’uomo tagliacarte risponde: «lo vedi? Un coltello è un coltello, è un’arma; ma i tuoi anelli non sono anelli, sono un tirapugni occultato. Nessuno si rende conto che sei armata, ma io sì». E tra inglese, spagnolo, italiano – Tsvi cerca di insegnare allo scrittore un poco di arabo e le basi dell’ebraico.

 

E lo scrittore ride forte perché sa già che tramerà in qualche suo libro di quando, alcolizzandosi in San Vincenzo, fu investito della carica di «agente segreto». E si ride, in primis di noi stessi, perché Jean lo sapeva fin nel midollo: «bisogna ridere prima di essere felici».

 

 

 

 

M.E.

 

«Conoscere il mondo anche attraverso il corpo necessita che il mondo intenda conoscere – anche – l’oltrecorpo. E quando e quante volte accade? Quale oltrecorpo possibile se i corpi stessi non sono più rispettati, ma solo – usati e abusati [e da noi stessi e dall’altro]?»... «Per quanto la voce possa trascendere o cercare di trascendere la carne: è sempre [e da sempre] una lotta di forze ‘uguali e contrarie’. La voce di Leopardi sarebbe stata la stessa senza il corpo di Giacomo? Quali Metamorfosi Kafkiane senza le patologie di Franz? E Saffo? E l’elenco tende all’infinito...». Queste tue parole mi sembrano riflettere una visione del mondo dove non esiste una condizione ideale, una nicchia estetica rassicurante, né filosofica né letteraria, ma al contrario la denuncia di un sopruso in atto, di un atto di violenza contro la bellezza?

 

 

C.D.

 

La «condizione ideale» è frittura filosofica, il reale è infetto e contagioso e non esiste grotta che ripari dal diluvio di tegole. E non esistono regole o contravveleni per fugare o per indorare la brutalità di un dato che è un dato di fatto: mente e corpo si condizionano vicendevolmente, da sempre e nel per sempre. Ingolliamo una sana pinta di rassegnazione e cerchiamo di creare una convivenza – il più civile possibile e praticabile – tra la nostra metà angelica e la nostra metà animale [provare Angoscia per questo «spiccato in due» che ci connatura lo concedo solo a Severino Cimitero – giacché, in quanto filosofo, dovrà pur filosofeggiare: è bonus tautologico che unicamente Victor Eremita può sfruttare!].

 

«Bellezza», inoltre, è un giogo che si sviluppa per libere associazioni. Mio Geniale Lettore, se ti dico «Bellezza uguale a...?», cosa mi risponde la materia bigia che ti accalca il cranio? Se sei un Attore mi risponderai: «il mio riflesso nello specchio»; se sei un Poeta mi risponderai «Dario!»; se sei un hobbysta mi risponderai: «il mio ombelico traumatizzato»; se sei un maschio mi risponderai: «una donna muta in ginocchio, tra le mie gambe, e con la testa piatta per posarci la birra» e così via...

 

Picasso meglio di tutti espresse l’etica dell’estetica che dobbiamo perseguire: «l’arte non è l’applicazione di un canone di bellezza ma ciò che l’istinto e il cervello elabora dietro ogni canone. Quando si ama una donna non si comincia sicuramente a misurarle gli arti».

 

 

Appreso il canone, padroneggiando norme che solo padroneggiando possiamo riformulare, dobbiamo conciliare contenuto e contenitore, proprio per evitare il sopruso, quel sopruso che si riassume in un’unica frase: un’anima da difendere in un corpo che tutti vogliono offendere.

 

Anche e, soprattutto, a parole. E alla parola come strumento per ledere il prossimo, lo scrittore dedicò monologo:

 

 

 

«Quella parola violenta! E la violenza di quella parola ha la forza fatua della tua miseria! E sono la troia e sono la puttana e quella vacca da mettere a novanta e sono l’amarezza, l’amaro in bocca, sono tutto l’amaro che devo solo succhiare e, muta, chinare il capo per ingoiare – tutti i nomi che sono e che non sono. Come puoi dirti «un uomo»? Ti dico lo so: ti viene facile quello schiaffo sordo e secco. Ti dico lo so: che devo sempre e solo, ancòra, tacere. Mentre precipito dalle scale per la tua ennesima spinta. Quella parola violenta! E la violenza brucia la pelle e corrode la faccia! E sono il viso che hai deturpato con l’acido per una colpa che non ho commesso, per tutto lo sperma che ho rimesso nei secoli dei secoli – amen! Baciamo le mani assassine e torniamo nel nido di omertà.

 

Ti sorrida quel taglio sulla gola: vomita sangue e silenzio – il mio collo è un strazio e tu ti senti la mano armata di un dio impunito, libero di giocare al massacro. In virtù di quella violenza che se la schiava esce di casa, esce distesa. E trema la terra che mi mangia. Quella parola violenta! Le pupille impresse dalla paura sono un panorama che nessuno resuscita, nessuno riscatta, poi ti strappa la camicia e a forza ti blocca: ti stupra e ti àmputa, piove un rosso dolore e ti priva della vita, annulla la speranza, estirpa il clitoride e in tutto questo – si fa beffe di quel tuo stupido piangere: perché proprio a me?.

 

Perché a tutte cuce la bocca e cuce la pelle: sono i settanta punti di sutura, la frattura scomposta e le domande del medico. Quella parola violenta! E sono tutte scuse – le tue crisi di astinenza, l’alibi della tua dipendenza e dalla droga e dal bicchiere: sono le finte promesse di un domani migliore, sono trent’anni di percosse – da quando mi ha portata all’altare.

 

Quella parola violenta! E sono tua figlia, tua moglie, tua mamma e tua sorella, sono la passante colpevole di minigonna, sono la più procace delle tue alunne, sono quella da cui non accetti un rifiuto, sono ubriaca e sei tu che mi trascini nel vicolo. Quello più buio, quello senza via d’uscita. Tanto ero io quella – con la bocca da porca.

 

Quella parola violenta! E sono l’obbligo di coprirmi e l’obbligo di spogliarmi, sono le forme che devo nascondere e sono le forme che devo mostrare, sono quello che non devi vedere e sono quello che ti devo esibire, sono il prezzo da pagare per non contare i lividi, sono l’unico modo per lavorare nei tuoi cristalli liquidi, sono le ceneri perché il rogo cancelli i tuoi scandali.

 

E sono un picasso di ecchimosi, sono tutti quei plagi, sono tutti gli abusi, e sono tutti i calci in pancia per gli aborti che la tua rabbia ha deciso: gonfiare di botte e sgonfiare di culle – come un pallone gravido che non ti diverte!

 

Quella parola violenta! E sono la santa che ha preferito la morte, sono il calco dei denti dei miei resti massacrati, e sono il bersaglio dei tuoi sputi, sono le mie unghie impotenti, il fetore del tuo peso, il muro che mi strappa, la lama che mi punta, le labbra che mi tappa, il fango che m’intasa, m’invade, m’infetta – la gola il naso le ossa – mentre mi forzi il cranio, supina, sull’asfalto del parcheggio. E prego e supplico e voco – invano – qualcuno, qualcuno che esca dalla discoteca e ti veda, ma nessuno, nessuno vede la violenza che si consuma in ogni angolo e in ogni piano e in ogni luogo, in ogni buco: è un crepare lento e nero e violalutto, nell’eterno ritorno dell’eterna indifferenza.

 

Atroce ripetere l’orrore e parte la denuncia, ma nessuno, nessuno può rendermi l’innocenza. E sono la piccola vittima di un’altra e un’altra e un’altra molestia ancora, troppo piccola perché qualcuno mi creda e creda sia un mostro e non un parente stretto – quello che mi accompagna al campeggio. Quello che mi sevizia con comodo perché tanto: vive sotto il mio stesso tetto. Entra tutte le notti nel mio letto di bimba per giocare giochi che non voglio giocare. Spero solo finisca e presto e in fretta. E chiedo pietà e nemmeno più la chiesa è un posto sicuro per sentirmi sicura. E neanche a scuola. Ora che hai convinto anche la mia compagna e un’altra e un’altra e un’altra ancora: hai convinto. E ogni fanciulla si è armata di catena per esercitare la stessa crudeltà che tu hai sempre preteso come un diritto, azzerando ogni rispetto. E sono sola, con un’altra spranga che mi frantuma la schiena e mi paralizza – l’anima.

 

Quella parola violenta! Assorda la tua minaccia mi strozza la gola sbavando stai zitta zitta zitta!, mi spolpa e mi sporca con la furia omicida di muscoli che non posso fermare che non posso frenare – le minacce diventano certezze nel mio martirio [che volevo solo passeggiare in quel parco, al tramonto]. Non ho scampo e tu hai tutto il tempo per spaccarmi anche l’altro polso. Quella parola violenta! E sei nel vetro infranto dell’auto, sei il mio ragazzo legato e impedito dal darmi aiuto, in quel sentiero, dove cercavamo un posto nostro. E sono lo sfogo perché vuoi vendicare qualche trauma passato, e vuoi solo farmi subire quello che a tua volta hai subito, sono l’ultimo anello di una catena malata, sono il più debole e il più semplice da battere, sono l’inferma più fragile e più esposta al pericolo, sono l’orrore, l’orrore della guerra anche in tempo di pace.

 

Sono in ogni stato e in ogni paese, sono quelle mimose che sono solo una zecca commerciale – perché in ogni lingua sono il male che mi schianta, sono le grida che non sono scudo, sono il distacco di chi non rischia, di chi chi gira la testa, di chi si crede immune, sono la percentuale costretta a crescere, sono un dato di cronaca, il quotidiano che non ti tocca e non ti riguarda, sono la ferita che non rimargina e si radica nella violenza di genere, nella violenza in genere: è un meschino pervertire l’umano e nel fumo di zolfo mi violentate a turno per piacere del branco, uno squarcio, uno per uno, dall’utero all’intestino, dal retto alla trachea – mi guardo dall’alto e mi sento svenire per lo strappo delle carni, per la grandine di colpi, sempre più forti. E così mi scannate e, compiaciuti boia, ridete – ridete sempre più forte – e vi passate la mannaia...

 

Quella parola violenta! E quanta parola mi violenta se provo a dire a qualcuno quel che ha ucciso dentro e devastato fuori. E quanta parola violento per non dire, per il panico di una qualche più tragica ripicca o più feroce vendetta. Perché non so dove andare, dove scappare o a chi chiedere, né come dimenticare e continuare a convivere – con il marchio della violenza che mi segnò senza ritorno, m’insegnò un lato oscuro che ti giuro non me lo sono cercato e non trovo un motivo valido quando dici che me lo sono meritato e solo perché ho sorriso a uno sconosciuto...

 

E ora soffoco: ogni sorriso nell’incubo, nel ricordo che ti racconta la mappa delle mie cicatrici, il mio setto nasale rotto e la milza che mi hanno asportato. E ora è successo di nuovo, grazie al video, perché qualcuno adora a tal punto uno spettacolo violento da riprendere tutto – per deviare tutti quelli che credono: il più violento il più potente.

 

E carnefice su carnefice: è un impero che pròspera la mattanza! Quella parola violenta e per quanto tu possa lavarti le mani, quella macchia non passa, per quanto tu possa tagliarmi la lingua e chiudere gli occhi, spezzarmi le ginocchia e piombare le finestre, per quanto ti consoli fare finta di non sentire e sentirti al sicuro e sentirti pulito, nel corpo e nella coscienza – quella parola violenta! Quella parola ti aspetta, alla fine del corridoio, per quanto lungo, mentre mi porti al patibolo, quella parola sono io. Parola di donna, parola di tutte le donne che tu: non provi vergogna?».

 

 

 

 

M.E.

 

Una frase che traggo dal tuo romanzo inedito Siamo soli, è esemplare: «E avanzo con un piccolo scudo per sopportare il peso: una pagina che è coperta, è sacra, è calda. Una pagina serra. Una pagina resuscita. La pagina è sorella, è stirpe simile, perché è una pagina sola. E non è solo una pagina: è la sola che mi suturi. E se perdo il filo mi basta cercare: è lì, placido e cullato nella nota. "Io" è chi cade ai piedi della pagina e insegue la linea: ne basta una – e mi prende la mano, mi prende per mano. "Io" è chi è sempre da sola, ma più sicura – se scrivo. E chiudo a chiave: lo scrigno e la gioia di ragno». Dal giro di questa frase emerge il tuo modo perturbante di "fare prosa", inestricabile dalle alchimie della poesia. Ci vorresti parlare di qualcosa di cui oggi nessuno parla più: il rapporto vivente tra prosa e poesia?

 

 

C.D.

 

Dal capogiro di questo mio fraseggio credo emerga, più che altro, il mio amore «disturbato» per la Parola [«un popolo povero di parole è un popolo povero e basta», mio Geniale Lettore, non pensare non tormenti il mio tormentone in ogni intervista, sarebbe scortesia tautologica verso me stessa]. Il rapporto tra prosa e poesia FU STATO [trapassato e remoto] ma senza uno statuto debitamente stilato e assunto come valido e, per questo, è diventato un rapporto-zombie: un ibrido non vivo e non morto che prende il nome di «prosa poetica» [zombie che ho scoperto quando ho scoperto di scrivere «prosa poetica»].

 

In genere i poeti puri odiano la prosa e i prosatori puri odiano la poesia e la bastarda dal sangue misto si trova tra Bolaño e Busi, imprigionata nella Notte dei Critici Viventi [mangiatesta che capisco, esauriti il filone vampiri e il filone licantropi, rimanessero solo gli zombie ai poveri critici, ma almeno avessero la decenza di non insultare i Metallari!].

 

 

La Parola è suono che sposa il senso. Sia prosa, poesia, drammaturgia... Alzi la mano chi conosce e può spiegare, con precisione inconfutabile, la differenza tra «azzurro» e «celeste»; tra «rapallino e rapallese»; tra «cocchio», «carrozza» e «calesse». Non basta andare a capo, ma basta la matita di Montale [Eugenio dixit, inanellando disastri futuri: «la poesia è l’arte/tecnicamente alla portata di tutti:/basta un foglio di carta e una matita/e il gioco è fatto»].

 

La differenza tra prosa e poesia è il respiro. Punto.

 

 

 

 

M.E.

 

La poesia contemporanea. Cos’è per te, oggi. I maestri del presente e del passato che ami. I poeti sopravvalutati e ipercelebrati. Vogliamo fare dei nomi?

 

 

C.D.

 

La poesia oggi è l’alkekengi: tutti sanno che esiste, ma pochi sanno come si scrive. Pure: basta riempirsi la bocca con qualcosa di esotico e di nicchia. Personalmente non ho mai mangiato alkekengi [né intendo iniziare che ho la scimmia facile e riuscirei a diventare dipendente anche dalla salamoia], ma ho assunto tonnellate di poesia e non tollero più sentire sempre i soliti nomi, due su tutti: Neruda e Merini. E questo vale per la pletora di quei sedicenti lettori che ritornellano la stessa superficiale banalità: «io leggo poesia, Neruda e Merini»; poi provi a chiedere loro UN VERSO UNO e non te lo sanno sillabare...

 

Molti autori, invece, si collocano all’altro capo dello stesso atteggiamento, leggendo e glorificando solo poeti siberiani dalla biografia incerta che hanno scritto ben sette versi sulle pelli dei loro husky scuoiati...

 

Non bastasse, per ingrassare delirio con delirio, il capitolo «cantautori» scatena reazioni primordiali e omicide: «De André è un poeta?». Mio ignaro, benché Geniale, Lettore – se qualcuno innesca questa discussione, chiedi asilo politico a qualche poeta siberiano e traghetta la tua carcassa il più lontano possibile! In merito, si potrebbe obbiettare la perentorietà nel mio legiferare: «il Metal è Poesia»; ma lo dimostrai con anni di studio, ricerca, attività – e i metallari agitano le borchie felici, tanto i poetoni tremano e preferiscono capoflettere la loro ignoranza nella sabbia arcadica, quindi – niente anfiteatri cruenti giacché la questione non interessa...

 

In coda, per scodinzolare una vita senza paraocchi/turatimpani, il destino di certa poesia contemporanea fu preconizzato in un insospettabile successo popolare: «che resta di un sogno erotico se al risveglio è diventato un poeta?».

Maledetta Primavera che denunciò l’assenza di passione di questi molluschi congelati nell’inverno delle loro criocelle.

 

 

 

 

M.E.

 

Secondo te esiste oggi una figura critica che potrebbe inventare una storia della letteratura non assoggettata ai canoni dominanti o è solo un fantasma del desiderio?

 

 

C.D.

 

Certo che esiste! Ah, Danzelot Lo Spaccasillabe! Perfino al Bar del Giambellino dicevan che era un mago, lo chiamavan drago... Mi manca. Lo incontrai nella primavera del 35 o del 36 Avanti Cristo, non ricordo con precisione, troppi calendari mi fardellano le spalle... Mi salutò prima di raggiungere Superman e Wonder Woman per stabilirsi definitivamente nella Baia di Krypton, pregandomi di non dire alcunché a Ildefonso Sventramitis, suo allievo poetico, che lo crede morto a causa della falsa notizia diffusa da Moers...

 

Il saggio Spaccasillabe! Una volta ogni lustro mi spedisce cartoline futuriste, fitte della più sublime tradizione scapigliata, deridendo il pollaio di critici che gloglottano glosse, etichette, scomuniche –belli pasciuti ed infarciti di quel Poetancien Régime tanto caro all’Italiota reazionario. Quando mi dondolo sulla U di Tarchetti mi manca quel dragone [che poi è un Vermicchio, ma ricorda un dragone antropomorfo]... E mi consolo piangendo con Bruce Dickinson, ma siccome questa risposta la capiranno in pochi [i Metallari e i lettori di Moers], riassumo con un luminoso: NO, non esiste, ma conforta credere nei miracoli.

 

 

 

 

M.E.

 

«Ognuno canta con la sua voce, indossa la sua maschera, cammina con il suo passo. Ed è osando il proprio tono e non un altro, preso a prestito dalle tradizioni della letteratura, che la scrittura smette di essere inoffensiva e diventa energia pulsante e trasgressiva, diagramma spezzato di una febbre». Queste parole, che scrissi nel 1989 in Vite dettate, mi sembrano utili, oggi, per chiederti: che valore ha la Maschera, per te, nella scrittura complessa e barocca de L’eretista, un romanzo "eccezionale" nel panorama minimalistico della nostra letteratura? Che valore etico ed estetico?

 

 

C.D.

 

Si vive in Maschera, in una rincorsa sdrucciola: «guai a chi non sa portare la sua maschera» ammonisce in eterno William Scrollalancia Shakespeare e non posso che portare, con piacere, il peso di un viso che non è mai lo stesso volto.

 

 

La nostra letteratura è vittima di una congiura trìgona che la soffoca: ossessione esterofila, ostentata sobrietà giornalistica, fissazione montaliana. L’equivoco è sempre lo stesso: scrivere semplice non è così semplice e, orgasmando la sinteticità propria della lingua inglese e la pulizia di un giardino zen, hanno depauperato la lingua italiana della sua natura lussureggiante, epurando gli avverbi, scarnificando i costrutti, bandendo il punto e virgola, singhiozzando periodi sempre più brevi e sfanculando secoli e secoli di produzione eccelsa. Peste colga chi anche solo pensa di scrivere il termine Barocco, Lebbra smembri chi legge D’Annunzio, Ebola uccida chi ricorda gli Scapigliati e Gadda, Gavocciolo piaghi chi osa applaudire la nostra supremazia librettistica e così via, di anatema in anatema, nella dittatura che regola questa autocastrazione semiotica, semantica e sonora.

 

 

L'Eretista nasce, non a caso [perché il Caso, per inciso, come ricorda Anatole France, è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare], il 10 ottobre, genetliaco di Zanzotto, lo stesso Zanzotto pianto una volta morto, secondo la mala creanza coccodrilla della stampa che pulpa avvoltoia, anche dagli impotenti terminologici travestiti da minimalisti. E si ritorna alla Maschera...

 

E non ho mai scelto quella neutra. E si ripresenta il karma e quella mia natura che saltimbanca sempre altre capriole: il ritmo non è male, ma sbaglio le parole.

 

 

 

 

M.E.

 

Un vero autore vive come «sospeso dalla vita», è strumento attraverso cui passa l’energia della metamorfosi e della sovversione. Scrive Cioran: «La percezione è apoplessia». Secondo te, esiste una scrittura come ek-stasis? E quale potrebbe essere la sua musica?

 

 

C.D.

 

Un vero autore è un autore vero quando è consapevole dell’emorragia interna e costante che sussistere come antenna comporta: «farsi filtro» e convertire in Bellezza tutta la gamma sensoriale non è mai così piacevole come può sembrare ad un’anima miope. E sempre Cioran chiarisce e chiarifica il sangue scuro di chi vive scortecciato per mettere a segno parola: «E cosa fai dalla mattina alla sera? Mi subisco».

 

 

La scrittura è sempre estasi in senso etimologico, originale e greco: ?? st?s??, essere fuori, uscire di sé e dal sé concluso in un perimetro che non trascende i limiti fisici della propria cinesfera, appiattendosi nel recinto quadrato dell’uomo di Leonardo.

 

La musica estatica non ha generi, ma solo canoni. Di trascendenza.

  

 

 

 

M.E.

 

Se non dimentichiamo che l’Allegria di Ungaretti fu scritta da un giovane di 28 anni, che Buchner e Trakl morirono a 24 anni lasciando un’opera che non può essere dimenticata, e sfiorando appena l’enigma Rimbaud che a vent’anni aveva concluso il suo processo creativo, dovremmo reinterrogarci sul concetto di maturità e di giovinezza, oltre i preconcetti generazionali. Qual è la tua opinione in proposito?

 

 

C.D.

 

«La giovinezza, una novità. Nessuno ne parlava vent’anni fa»: Divina Coco che riassume tutto quello che potrei dire e che dirò comunque.

 

Mai capito, ad esempio, il clamore ciangottato per Il curioso caso di Benjamin Button. Al di là che buonanima di Scott Fitzgerald, ora, lega il suo nome anche a quello di Brad Pitt, dopo l’omaggio (?) di Luciano Ligabue [autore de La neve se ne frega, Feltrinelli, 2004. E qui chiudo la parentesi e ogni commento in merito giacché scrivere libri ormai è fisiologico e universale come urinare], non capisco. Al di là del risultato cinematografico e del mio personale salvare solo il Capitano Mike Clark – non capisco tanto sensazionalismo perché, negli ultimi trent’anni, in Italia, la normalità è questa. La realtà è questa: l’età avanza, la gioventù aumenta. La Penisola vanta "giovani poeti" di quasiquaranta primavere, "giovani pittori" di quarantabbondanti, "giovani musicisti" sessantasuonati, et cetera...

 

Ben conscia che si possa rimanere "esordienti" a vita, così come iniziare un qualsivoglia percorso alternativo [artistico o meno] in qualsiasi punto della propria esistenza, è proprio necessario l’uso forzato di questo attributo? Non capisco: non si potrebbe – almeno ogni tanto – evitare questa corsa a ritroso verso l’utero?

 

Ai miei timpani turbati – l’aggettivo "giovane", ormai, bussa e suona come un dispregiativo. E suona con tre g. E ho il terrore di tutti questi gggiovani pieni d’ammmore, pronti, però, a linciarti – se solo osi rivolgerti a loro dando del «Lei»... [La mia vecchia nonna mi insegnò che «dare del Lei» agli sconosciuti è una forma di rispetto, evitando il «tu gerarchico». Evidentemente fu uno sbaglio educativo, uno dei tanti].

 

E ancora: non capisco. Un attore – mezzosecolo portato divinamente, ma sempre mezzosecolo – si scandalizzò perché la mia data di nascita è pubblica: «un attore ha l’età che dimostra!», tuonò. E che cosa dovrei scrivere sul curriculum alla voce "nato/a il"? «Guardate le mie foto e fate vobis?». Un autore precisò, stizzito e fiero: «dimostro dieci anni meno, mi scambiano per un ragazzino!». Cosa devo dirti? «Non fosse per quel piccolo dettaglio, per quegli otto lustri – che comunque hai –, saresti un prodigio della letteratura...».

 

Credevo che «giovane per sempre» fosse una qualità mentale, una sempreviva e sempreverde curiosità creativa, una frase di Alba Fragile (Ultima Notte Sulla Terra) dei Timoria... Credevo che la capacità di continuare a stupirsi fosse un’abilità dell’anima. Credevo che dare dell’Adulto a qualcuno fosse un’attestazione di stima e di rispetto. Credevo che l’Italia fosse un Paese Misoneista e Gerontocratico. Non è così. L’Italia ama i giovani. Basta solo capire chi siano questi amati giovani [e: no! "Giovanile" non è sinonimo di "Giovane"!]. Se, a grandi linee, la categoria "giovane" parte dai quasiquaranta e arriva ai sessantasuonati – mi dite quando scatta l’ora della crescita? Devo rubarla ai vermi una persona matura? E dove dobbiamo collocarci – nell’alveare di un’adolescenza annacquata all’infinito – ad esempio, noi nati negli anni ’80? Quale culla, cella, cripta? Zigote o Zombie? Dobbiamo contare in progressione o in regressione? Non capisco. Forse mi manca solo la chiave della Conoscenza e tutto questo è solo l’avverarsi di quel ludus puerorum, è solo il come si paupula per la copula degli opposti. Forse quel vecchio e quel bambino che "si preser per mano" si sono fusi nel bambino-vecchio, nel puer senex, nel Paedogeron. E l’alchimia ha annullato ogni anagrafe. Forse bisogna ricalcare l’orma di Orwell e afferrare il suo antivedere: «il non esporre i propri pensieri ad un adulto sembra una cosa istintiva dai sette od otto anni in su».

 

Forse è tutta colpa di Lorella Cuccarini e del suo «ti prego resta sempre bambino»; forse è la lunga bava del «muore giovane chi piace agli dei»; forse hanno confuso il complesso di Peter Pan con il complesso di Dorian Gray; forse dovranno passare prima parecchi millenni e poi, finalmente, sarà chiaro che la scrittura evolve con l’autore e il suo esperire...

 

Forse è come quel coccio di vaso con la scritta Kainua: per quanto mi sforzi di accettare la recente teoria, per quanto mi sforzi di accettare l’origine etrusca del toponimo, Genova per me non sarà mai Kainua – Città Nuova. Forse, per me, tutto resta come Genova. Una vecchia città. La Città Vecchia. Che chiude.

 

«Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone?

 

Forse quella che sola ti può dare una lezione...».

 

 

 

 

M.E.

 

Scrittura non solo come metamorfosi di immagini ma come tossicofilia permanente. Le parole drogano, distolgono, salvano, ma uccidono. In Trentasette Flavio Caroli ci parla dell’enigma delle ultime ore di vita di alcuni celebri pittori, da Raffaello a Parmigianino, da Van Gogh a Toulouse Lautrec, morti alla soglia dei 37 anni. Tu, ne l’Eretista, accenni ad alcune morti di celebri artisti del Rock da Hendrix a Cobain, che hanno fermato la loro vita, per suicidio o per morte accidentale, a 27 anni. Arte e numerologia, cabala e morte. Ce ne vuoi parlare?

 

 

C.D.

*à travers des forêts de symboles*, secondo l’infiorescenza perfetta di Zio Baudelaire [tutti dovrebbero adottare uno zio francese, vizioso e geniale, n’est-ce pas?]. Pochi conoscono la differenza tra segno e segnale, ma tutti ne sono soggetti.

 

L’artista è un simbolo consapevole: smezza la «tessera hospitalitatis», come contrassegno di un patto preciso. Con l’essere umano, con la natura, con il cosmo. Quel che mi cura, mi sana e mi preoccupa, non è la maledizione o la predestinazione, ma la potenza divina dei legami: siamo tutti magneti, qualsiasi cosa scettici obiettino. Un’anima sororale mi avvertì, Arlecchino che dice lo vero scherzando: «la smetti di scrivere il tuo funerale? Quello che crei incide sul creato e non anticipare la fine del tempo concesso». Con l’avanzare dei calendari ho – quasi – smesso di uccidere ogni mio alter rogo, ritrovando quella continuità fluida che non conoscevo, non volevo e non praticavo, brandendo in moto esasperato e vorticoso il mio Mjöllnir, frantumando ad angolo giro per rinascere ogni volta. Pure: il traguardo è risorgere. Una volta per tutte.

 

Quello che non tollero e non permetto è la riduzione attuata per servire il pettegolezzo morboso: esistono varie forme di suicidio [e quello più pericoloso è quello lento, graduale e dissimulato], ma non per questo deve essere un marchio artistico. Certi facinorosi prezzolati dall’Onorevole Titolistica dovrebbero disprezzarsi e ritirarsi. Lorenzo Pittaluga è un Poeta. Punto. Quale bieca perversione può portare a recintarlo nella voce collettiva «poeti suicidi»? L’ORRORE L’ORRORE L’ORRORE! Perché non demitizziamo Kafka nella selva dei «D.C.A?». Sì, diciamo che Franz soffriva di Disturbi del Comportamento Alimentare e tralasciamo la sua Opera. Non basta una patologia per ESSERE Artista; non basta essere Artista per guadagnarsi un trauma.

 

Ribadisco, per quanto inutile, che carattere/carisma/catastrofi – sì! – influenzano l’Artista e viceversa, ma ridurre l’Artista alle sue patologie umane è una bestemmia.

 

Si tratta di categorie. Il personale e il professionale si alimentano e si sbranano a fasi alterne, ma vedere un solo aspetto è mettere al confino. Una dittatura spocchiosa perpetrata da chi, come persona e come professionista, è nulla. E la «gora dell’eterno fetore» pensavo non fosse dimora della critica e della letteratura. Al solito, Dama Daino, si era sbagliata.

 

 

 

 

M.E.

 

In Metalli Commedia, il tuo libro più marcatamente parodico, rovesci il paradiso claustrale del poeta come homo malinconicus e ci parli del viaggio agli inferi di un Dante-Dama Daino guidata da Virgilio-Alice Cooper, star dell’Hard Rock estremo. Il tuo poema si diverte a smontare miti e mausolei letterari trasformando il voyage dantesco in un’orgia ritmica percussiva. Che cosa volevi sbeffeggiare con questo libro? E che significato ha, per te, il comico in letteratura?

 

 

C.D.

 

Non esiste comico, solo cinico.

 

È diverso come opero e Metalli Commedia, il mio poema borchiato, non nasce con intento parodico, ma con intento artistico [checché ne starnazzino le muffe critiche]: la riscrittura è forma praticata da secoli, ma dove si canzona è sempre un Riso amaro e Dante è pretesto per immortalare la Cultura Hard Rock e Heavy Metal in una cornice che perfino i poeti puri possono comprendere. E non dico amare, ma almeno comprendere.

 

Io non ho sassolini nelle scarpe, ho menhir negli anfibi! E concatenare in terzine dantesche un viaggio che intreccia Musica, Teatro, Pittura, Poesia, ... Non è solo bardare di chiodo e assoli Alighieri, ma lucidare la terza pupilla nel vibrato del timpano eterno, in un processo endecasillabico che, per quanto impuro, l’autore è in grado di erigere e redigere. Sarebbe stato infinitamente più agile e più vantaggioso [anche a livello economico che le bollette deve pagarle perfino l’autore] romanzare il tutto e detonare in prosa; ma avrebbe perso senso e suono. E la smettano di abusare il termine «scomodo»: l’artista non è un divano! Al mugugno preferisco l’impegno!

 

E Metalli Commedia nasce e scintilla per purgare il pianeta dal pregiudizio.

 

 

 

 

M.E .

 

Il presente, per te. Ciò che vuoi diventi futuro. I prossimi libri.

 

 

C.D.

 

Il mio presente esigo sia sempre presente come sinonimo di dono, nel donarsi all’altro senza riserve, altrimenti non mi avrebbero impastata di parole e manie comunicative. L’ottimo Remo Bassini mi consigliò: «impara a ricevere» e devo ancora assimilare la lezione, diffidente e ostile fin nel midollo – ho sviluppato e coltivato «l’arte dell’insulto» [e potrebbero anche degnarsi di offrirmi una cattedra in invettivologia], ma mi sto sforzando di limare i canini anche in orizzontale e non solo in verticale, per appuntire e per smorzare, alla ricerca dell’armonia che Mito insegna: Armonia è figlia di Marte dio della Guerra e di Venere dea dell’Amore.

 

Nata di marzo, mi brutalizzo nel battito bellico, ma confido in un futuro con tratti di tregua per sopravvivere alle mie molte me, erinni astiose.

 

Nel mentre cerco placare le fiammate [e ricorda, mio Geniale Lettore, soffiare sul fuoco scatena l’effetto mantice e ti ritroverai le iridi incendiate come un Berseker!], vorrei cimentarmi in un altro genere, spuntando altri punti della mia lista, completando la mia raccolta di figure e figurine: prosa? Celo! Poesia? Celo! Prosa poetica? Celo o così dicono! Canzone? Celo e celo in inglese! Traduzione? Celo! Fiaba? Celo! Bestiario? Celo e di ex amanti! Drammaturgia? Celo! Libretto d’opera? Mi manca...

 

 

 

 

 

 

M.E.

 

Che rapporto hai con la carta, nella pratica abituale della scrittura? Ti è congeniale scrivere direttamente al computer? Che importanza ha scarabocchiare e prendere appunti, nel tuo laboratorio creativo?

 

 

C.D.

 

Leggenda popolare novella che lo scrittore Al-Ja?i? morì a 93 anni schiacciato da i libri che affollavano la sua biblioteca e che, quasi per contrappasso, un giorno gli franarono addosso...

 

La probabilità di essere uccisa dal crollo delle torri di volumi-stalagmiti che impilo sul pavimento è dunque elevata, ma amo la carta e la carta rilegata.

 

Appurata la mia condizione a rischio, potrei scrivere anche sulle mattonelle [e lo faci quando ero un’onnipotente treenne e, trulla trulla, armata di un pennarello bellissimissimo, scoprii la «pittura pianella», graffitando le pareti della cucina per l’infinito gaudio di genitori rassegnati ad una figlia psicopatica]. Non vivo il supporto come feticcio e scrivo su carta solo quando sono troppo ubriaca per accendere il computer e il mio ?a?µ??/Dáimon annebbiato mi convince che l’intuizione avuta sull’orlo del collasso etilico – sia il periodo migliore mai formulato in tutta la mia esistenza e così, rantolando, unghio graffi grafici su qualsiasi superficie io raggiunga senza vomitare per poi scoprire, a sbronza smaltita, che non riesco a decifrare una sillaba di quanto scrissi. Sic! Pure: sono legatissima ai geroglifici scritti con l’eyeliner [il primo corpo scrivente trovato nell’ovatta del Rum] sulla copertina e sulle prime dieci pagine de Il primo dio di Carnevali. Emanuel non mi grandini addosso maledizioni...

 

Il punto è che vorrei un folletto amanuense dedito a trascrivere quel che esterno sempre a voce alta per controllarne la sonorità, così potrei solcare in pace la stanza passeggiando e gesticolando, spetalando la mia natura istrionica, intonando con Wang, sulla riva della mia meritata ombra chiara:

«Nulla conosce

del segreto del bosco: 

non resta

che la traccia del Daino»

 

 ...

SUCH A SCREAM* [da urlo]

 

 

Viso Pallido così la definì

al ragazzo detto Eyeball Kid:

 

 

Lei è clank di catene, boom di bombe,

 

e forza del calore;

 

ha la luccicanza nell’aureola,

 

ali, corna e una coda.

 

 

Spalando il carbone dei miei sogni:

 

non esistono leggi, regole, vantaggi

 

è un corpo di panna

 

in corpo di donna

 

 

un casino tale, uno schianto

 

Lei è da urlo!

 

E quanto più è buono al mondo

 

vive nelle sue unghie di cemento;

 

è una rossa spillata dal fango;

 

è l’aratro vermiglio

 

e la fonte rigogliosa l’invade dentro:

 

la casa delle bambole che culla in cranio

 

per la pelle di ghepardo che veste di furore...

 

 

Lei è da urlo, un clangore di questo genere:

 

 

ogni strada è un labirinto

 

e il suo cono di vulcano

 

è un treno merci candido

 

 

come il bianco che la segna;

 

è la furia della mitraglia

 

e sarai solo con la tua vergogna

 

 

trascinando le catene del tuo legàme

 

 

 

 

scarlatta – è la sua bocca

 

sovrana – lei è la regina

 

delle grida che sgrana

 

un simile casino,

 

è l’acuto da urlo

 

 

 

 

 

* Such a screm, Tom Waits

 

  

 

 


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