Chiara Daino
CORPI DI CARTA CHIARA
SIETE DEI SIETE DEI
Il Leggio
2016, Romanzo
L'Arte del Ragno L'ARTE DEL RAGNO
Lulu.com
2015, Versi
Al Pubblico Nemico AL PUBBLICO NEMICO
Lulu.com
2014, Romanzo
Siamo Soli [morirò a Parigi] SIAMO SOLI [MORIRÒ A PARIGI]
Zona Editrice
2013, Romanzo
L'Eretista L'ERETISTA
Sigismundus Editrice
2011, Romanzo
Lupus Metallorum LUPUS METALLORUM
Lulu.com
2011, Opera Martire
Metalli Commedia METALLI COMMEDIA
Thauma Edizioni
2010, Poema Borchiato
Virus 71 VIRUS 71
Aìsara Edizioni
2010, Versi
La Merca LA MERCA
Fara Editore
2006, Romanzo
Blog



Kinematrix Estratto da Kinematrix
17 Luglio 2012 09:00:00

«¿Dónde está Wally?»

«Me n’andavo a braccetto d’un bell’argomento»: con Bene/Laforgue godevo dell’essere al Genova Film Festival – e per campanilismo [nonostante l’ossimorico odi et amo che La Superba mi suscita] e per attuffarmi in Arte altra dopo anni di Poesia e Letteratura.
Suppongo, giacché ogni pensiero è una supposizione soggettiva, Kinematrix si aspettasse dal mio dattiloscritto un resoconto più «canonico»: valutazione dei filmati; interviste ai registi; pregi e difetti; resoconti delle premiazioni; dissertazioni critiche circa l’evolversi della Settima Arte; et cetera...
E le aspettative, ça va sans dire, nel migliore dei casi – sono disattese. Premesso l’inchino per l’organizzazione e onorando il lavoro e l’impegno di tutte le Anime e gli Artisti che sostengono/sostanziano/supportano il Festival, quel che pulsa per essere condiviso è l’Umanità: alla risonanza preferisco la consonanza.
Consonanza e corrispondenza concertate dai commenti a fine rappresentazioni – e che presenziassi a un FILM festival era indifferente perché sarei potuta benissimo essere a un festival di POESIA: «crisi» è il refrain che arriccia le labbra di tutti. Docciando le trachee di birra con Ildo Brizzi e Francesco Gasparri [rispettivamente: regista e protagonista] dopo la proiezione di Finesterre – esauriti i paralleli tra industria cinematografica e produzione editoriale, passando per il rapporto tra Heavy Metal e sacerdozio [esiste un collegamento con la trama di Finisterre, ve lo giuro!, mano destra sul Black Album], sgraniamo l’unica soluzione possibile per una sinestetica produzione artistica praticabile: unirsi.
Chi scrive non ha la più diafana idea di «quante camere» abbia usato questo o quel regista, ma sa perfettamente quando una sceneggiatura non regge o quando il fonico è stato colto da sordità temporanea o quando un attore è stato prelevato dalla strada con «velleità pasoliniane» senza successo... Tuttavia: perché stroncare? Perché ribollire d’orrore per il negativo o per il dilettantesco – quando sarebbe [ed è!] costruttivo luminare l’eccellenza e la costanza di chi crede nonostante?
E il discorso, nell’eterno ritorno, si ripete confrontandosi con Sieva Diamantakos [regista di Dimenticandosi di noi]: finanziamenti che non esistono per le realtà minori; attori che non possono essere pagati; amici che s’improvvisano attori; livelli e livellamenti; ... Tutto santo e sacrosanto, ma esiste un valore nell’ostinazione come nella determinazione e nessuno potrà mai impedire la «distruzione dei mulini» a chi DAVVERO è l’Arte che incarna [solo, Vi prego, Artisti d’ogni Arte: potreste, almeno una volta ogni lustro, evitare di gloglottare che filmate/scrivete/suonate/recitate/dipingete... Perché «avete qualcosa da dire»? Anche il panettiere o l’idraulico hanno «qualcosa da dire», ma ribadire l’ovvio non lo trovo un atto rivoluzionario].
Tornando a Genova, al mugugno preferisco l’impegno – trattando di cinema e di politica. E ACAB di Sollima è opera cruda e necessaria; è l’urgenza di testimoniare per restaurarci migliori; è il romanzo di Carlo Bonini; è il popolo dei limoni di Lello Voce e Giacomo Verde; è il marchio che non riesco [non ancora] a convertire in parole. È politica. E cosa intendiamo per politica? Per film politico? Πολιτικός sottintende Τέχνη e quale Arte è attinente alla Res Pubblica, alla Πόλις, quando NON vedo uno Stato, quando NON vedo una città? Genova è sempre la stessa Genova scenario [anche] di feroci lotte intestine e dissidi continui tra Genoani e Sampdoriani, Albarini e Portuali, Ponente e Levante...
Per questo non capii le rimostranze mosse a Medianeras di Gustavo Taretto giacché come evidenziò il produttore, Luis Miñarro, l’ambientazione è Buenos Aires, ma non è solo Buenos Aires, quanto più: ogni città [ogni Πόλις, ab imis].
Generalmente evito i film sottotitolati perché l’ambliopia monolaterale mi scatena feroci emicranie [e, tra parentesi, peroro la causa della minoranza che non può visionare in 3d affinché ci permettessero, in futuro, poter recarci al cinema], ma Medianeras è stata duplice gioia come spettatore e come autore: molte delle frasi proiettate SOTTO lo schermo erano e sono – aforismi puri. Avvampa così il «rogo della parola»: per Miñarro, ad esempio, il cinema è troppo parlato e desidera un ritorno alle origini, ai Fratelli Lumière e al trionfo dell’immagine. Lo scatto sinaptico è immediato e non solo per il successo planetario di The Artist, ma per il riproporsi di quel che Norma Desmond immortalò [grazie all’insuperata maestria espressiva di Gloria Swanson], devastata dal sonoro, abituata a comunicare solo con lo sguardo e con il vocabolario fisico proprio dell’attore: «io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo!».
Personalmente non credo alla parola come morbo del cinema, credo manchi la parola adatta al cinema, l’equipollenza del visivo e del verbale: e quante pellicole eccellono per fotografia, ma difettano di copione altrettanto degno?
E ancora: esiste un altro linguaggio, il lessico del richiamo interno, la traccia nascosta che sottende suggestioni altre. Per questo, nel mutuo traffico di commenti al termine di Medianeras, non sopportai sentir cianciare di banalità della trama; interpreti inadeguati; leggerezza dei contenuti; ... Non lo sopportai e non lo sopporto perché quando i cinefili si atteggiano da tuttologi annoiati – mi ricordano quei critici poetici infarciti di spocchia che criticano tutto e poi attribuiscono Ode alla vita a Neruda e non a Martha Medeiros. Pertanto, non vi racconterò la trama [Internet esiste anche per questo], ma m’addentrerò nello specifico [e prego chiunque non intenda ottenere anticipazioni evitare continuare la lettura], luminando quella «poetica delle piccole cose» che rendono Medianeras non solo un film politico, innestato sull’alienazione sociale comparata all’architettura, ma anche un film dove il dettaglio, quel dettaglio mai strillato, è la cifra di un labor limae che moltiplica contenuto e suggestioni:

 

- Dopo aver detto che gli appartamenti a Buenos Aires procedono in ordine alfabetico [semplificando: A=Attico e, di lettera in lettera, si squalifica il valore dell’immobile], Mariana, la protagonista abita al piano G e il protagonista al piano H. Benché due condominii differenti ma dirimpettai, il messaggio è palese
 

- In principio fu la Disney: i Walt Disney Studios, nel 2007, furono i primi a promettere di eliminare dalle future pellicole per famiglia ogni scena che prevedesse fumatori tra i protagonisti; una vittoria per i Ministeri della Salute. In Medianeras, evitando qualsivoglia propensione o avversione come qualunque giudizio etico, la sigaretta assume il carattere di personaggio/stampella: Mariana fuma dall’inizio alla fine del film e, pur odiando gli ascensori a causa della claustrofobia che l’affligge, macina scalinate per raggiungere la cima di un grattacielo a differenza del suo accompagnatore [occasionale, sportivo e dottore dell’Anima] che si arrende al martinetto moderno; il medico di Martin fuma durante la visita; la ragazza incontrata da Martin tramite internet fuma e perfino Martin che non fuma [tabacco, ma cannabis] sfoggia una T-shirt con il frame di una bocca che aspira avidamente una bionda. Tralasciando il tabagismo che mi donò una scimmia schiumante sulla spalla durante la proiezione, apprezzai particolarmente quel filo di fumo che è filo rosso intessuto di realtà: nel recente Rock of Ages, ad esempio, l’alcol annaffia le trachee di tutti [non solo dei Rocker], ma risulta inverosimile l’assenza pressoché totale di fumatori.

 

- Architetta riciclatasi vetrinista, Mariana vive nella «campana di vetro» di montaliana memoria e il suo portachiavi raffigura una donna intrappolata in un blocco trasparente; Martin, in parallelo, dovrà evolvere prima di liberare dalla custodia di plastica l’action figure di Astro Boy

 

- Simbolo dei loro incontri mancati ma delle sintonie mentali, nell’apparente orizzonte dei non-eventi, Martin acquista una sedia girevole recapitatagli a domicilio e Mariana recupera una sedia girevole abbandonata vicino ai bidoni della spazzatura

 

- Il «fattore sliding doors» dell’incrociarsi senza ancora conoscersi e senza ancora riconoscersi, rispetto ad altre pellicole, è evidenziato da interventi grafici per amor di pixel
 

- Martin, webmaster, crea il primo sito per il suo psicologo e il primo game che elabora è per gli insonni – con chiara citazione nerd: le pillole sostituiscono i mattoni, ma è la versione ansiolitica di Arkanoid/Breakout
 

- Manifesto il tributo all’Opera di Woody Allen, ma anche all’immancabile saga di George Lucas e a Tim Burton – facilmente riconoscibili per chi frequenta informatici, role player, appassionati, ...
 

- Due luci rettangolari a parete in casa di Mariana presentano i simboli, che il Compact Cassette della Philip rese universali, di stop/pause/play – per semplificare [e nel contempo: rendere meccaniche e automatiche] le dinamiche che imponiamo al nostro esistere
 

- La dog-sitter [riassunta nel gioco di parole, difficilmente traducibile in italiano, di porta-cane/porta-canne] prima di iniziare una breve relazione con Martin gli domanda se sia gay e, durante una serata con il sociopatico webmaster, mente via sms – negandosi a qualcuno che nel display del cellulare è annotato in rubrica col nome di Mariana
 

- Mariana e Martin non si baciano mai sulle labbra e il film termina dove altri principiano
 

- ...

Allacciandomi all’operato di Scena Madre e al loro intervistare gli spettatori del Genova Film Festival, all’uscita dalle sale, circa quale fosse – appunto – «la scena madre» delle riprese appena visionate – di Medianeras mi colpì una Frase Madre [che cito a memoria e, quindi, sarà inesatta giacché cercai trascriverla al buio]: «Internet ci permette di schiacciare un pulsante per accendere il riscaldamento di casa dall’ufficio, sapendo che nessuno ci aspetta e nessuno ci rende calda la casa».
Di citazione inesatta a citazione esatta che introduce il catalogo del 15esimo Genova Film Festival: «è la storia di una società che precipita e che, mentre sta precipitando, si ripete per farsi coraggio: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio».
Il contatto e l’impatto con la materia umana [mai troppo umana] sono stati, in corrente continua ed alternata, Big Crash e Big Bang di questo Festival, in corrente continua ed alternata: solitudini ed eremitaggi; incubi e succubi; dilemmi d’etica/d’estetica/d’esistenza; eutanasia e fedeltà alla vita; stragi e vittorie; frazioni e riunioni; ...
E sono queste proiezioni che ci proiettano, futurando Truffaut:
«L’avvenire è dei curiosi di professione»


Maggiori dettagli...


Share/Save/Bookmark




ChiaraDaino.it © 2011

ARCHIVIO STORICO

17 Luglio 2012 09:00:00
ANTEROS O HIMEROS? FORSE PHOTOS…


10 Luglio 2012 12:39:17


10 Luglio 2012 12:39:17
IL METALLO È IL NÉGLIGÉ DEL MONDO: JACOPO RICCARDI PER LUPUS METALLORUM


Vedi tutti...