Chiara Daino
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PostPopuli Estratto da PostPopuli
01 Aprile 2012 10:00:00

«Si è obbligati allo scandalo,
quasi fosse la “prima comunione” con l’indifferente prossimo tuo,
con l’odiato condominio che non detesterai mai quanto te stesso»
[Carmelo Bene, Autografia d’un ritratto]

Carmelo Bene (da Wikipedia)

1.«Sei pronta per la rivoluzione della tua vita?». Con questa domanda inizia la Carmeliade che mi sostanzia: con una domanda e con una musicassetta (sì, non sono così giovane!). Enrico Gaibazzi, Padre Mentore e Professore, mi sorprese apparendomi guardingo – alle spalle – mentre stavo grandinando di calci la malefica macchinetta che voleva negarmi la caffeina dell’intervallo. «Ti cambierà la vita! Questa è la tua strada, ranocchietta»: e il buon Gaibax mi donò il nastro che riportò e risuonò l’incanto di Carmelo per ogni lustro sciacquato dal cielo.

2.«Mi s’aprì la parete di velluto» e l’eccelsa galleria mi giunse come estasi all’occhio: Florilegio per Carmelo Bene (Studio per una risoluzione in figura di Andrea Valcalda con un testo di Jean-Paul Manganaro, Queriniana, Brescia, 2006). E fu sfavillio dei sensi! Spesso rimproverata di «NON aver letto» questo o quel determinato tomo (escluso Potocki, leggere l’opera omnia di tutti i Giganti – eccede le mie possibilità umane), quando si tratta del «Grande C» divento tossica e famelica: opere, riproduzioni, tributi, articoli, ritratti… Fanatismo puro che mi portò a spacciare il Bene Crudele: copie del Cattivario che accumulo come grano per elargirlo a chiunque non lo conosca.

3. «Carmela!»: così urlava e così mi chiamava – le troppe volte che finivo in qualche cantina in Sardegna – il regista. Per il personaggio (ma sarebbe più corretto parlare di Entità) che incarnavo, il Komos dionisiaco, non avevano trovato un costume adatto, essendomi violentemente rifiutata di indossare quello che, con perversione dissimulata, mi proposero come «l’anticostume» (sostanzialmente: un abito con uno squarcio sulle mammelle e uno sui genitali) e, a ridosso delle riprese, concordammo per una tenda cremisi di raso drappeggiata a toga da abili proprietarie di un negozio di stoffe. Complice un taglio corto che mi scapigliava il crine e un tono di voce che è Larsen naturale di chi ha teatrato parecchio – passai due settimane come «Carmela», sentendomi ritornellare quanto fossi Beniana (credo più per le quantità di alcol assunte che per particolari virtuosismi vocali, giacché la sceneggiatura non prevedeva battute né sonoro).

4. «Anche strisciando sulle rotule» e ringraziai Davide Nota (e Marco Palladini) per avermi chiesto se volessi partecipare alla terza edizione del Festival La Poesia è di Casa e ricordare Carmelo a dieci anni dalla sua scomparsa. E tanto, nel dopo manifestazione, si discusse – tavola baraonda – del perché celebrare la scomparsa e mi fu spiegato che l’anniversario della morte è convenzione per esprimere il dolore di una perdita. ça va sans dire: non sono d’accordo. Al di là del tempo di transizione concessoci sul globo terracqueo, ho sempre preferito officiare la nascita di un Genio, immortale – proprio perché Genio. L’Opera è Presente, un donarsi che non prevede una data di scadenza, un donarsi che non si confina e non coincide e non declina rotolando lungo il piano inclinato del corpaccio organico. E Bene lo dice al meglio quando lapida: «il culto dei morti (seppellire i vivi)». Sì come Rilke: «essere morti è una fatica dura».

Carmelo Bene (da statoquotidiano.it)

5. «Il servo dell’Insolito»: breve manipolazione monologante, tramite cut-up e interpolazioni personali, dell’Opus Beniano. II tempo:

Bello e andato è il primo tempo, senza orgasmo è naturale
Era troppo eccezionale per poterlo meritar.
Troppo troppo troppo! Domando troppo.
Eh, sì dopo aver pianto tanto sulla storia,
io voglio vivere un tantino felice…
Domando troppo, è vero?, a quanto pare…

[Rivolto ai fantasmi degli astanti:]
Febo – davanti a te hai parecchi giorni,
ma cresce questa tua vecchia clientela
dell’a che pro?
È un titolo provvisorio perché il mio delitto è disinteressato
quando ti dico: lo sai che ho morso il frutto dell’incoscienza?
Elena – vago per la mia stanza e mentre tu stai prendendo il tè
in fondo all’oro di un bel settembre, rabbrividisco per la tua salute.

[Melodramma dell’appendersi alle tende. Ride, per parodia:]
Ahi la luna, la luna m’ossessiona.
Sembri quasi una di quelle. Una di quelle – poetesse…
Ah, la latitanza del femminile!
Ahimè! Non me la sento di sposarmi: sono troppo spregevole per questo;
Voi non siete abbastanza intrattabili…
Sempre così, ad estasiarvi…
E vivacchio, vivacchio. Sono troppo.
Sono troppo numeroso per dire sì e no.
Oh, Orrore Orrore Orrore!
Non c’è mente mente che possa concepirlo,
Lingua a esprimerlo
– mi sento troppo pazzo;
da sposato maciullerei la bocca alla mia bella
e caduto in ginocchio le direi queste parole losche:
è troppo, è troppo, il mio cuore è troppo centrale
e tu non sei che carne umana;
e la carne umana puzza!
Non puoi, non puoi trovarmi tanto ingiusto se ti faccio del male.
In verità più ci si estasia insieme e meno si è d’accordo,
in verità la vita è troppo breve…
TROPPO TROPPO TROPPO!
Semprelei, Luisolo, Luisolo e Semprelei. Luisolo:
e più che struccarsi, si cancella il viso…

[Febbrile, al pubblico e a nessuno]
Se m’è vietato fare quello che voglio,
mi si permetta almeno
di pensare e cantare a modo mio:

«Finora non avevo meritato di trovare libero il cesso».

Poi buio, violentissimo, il sipario: è troppo, troppo, troppo. Ora è dentro il suo stomaco il presente (questo ieri truccato d’avvenire sulle scene): se l’è ingoiato come la sua buona stella senza nome e cognome. E la sua passione, quella stessa che un giorno gli aveva sussurrato, tra le carezze,… io odio…, lo abbandonò – educata come un angelo, aggiungendo a quell’odio: non te.
Ecco, si spegne il lume: «Non darai più spettacolo di te».
Ecco, si spegne il lume: «Non darò più spettacolo di me».
Ecco, si spegne il lume.

E gli dèi concessero agli umani il dolore
perché ai poeti non mancasse il materiale


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