Chiara Daino
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PostPopuli Estratto da PostPopuli
11 Agosto 2012 10:00:00

Testo introduttivo di Chiara Daino

«Prataioli dopo un temporale»: mentre colmo il tricorno potorio d’Odino, Giulio Viano metaforizza i miceti per riassumere le orde poetiche capoflesse e autoreferenziali. E se Neil Young «non lavora per altri, ma lavora per la Musica», come non lavorare per la Poesia? Chi scrive non conosce vacanza esattamente come chi suona e chi esercita l’arte iatrica: un medico è portato a dividere il mondo tra chi è ammalato e chi si ammalerà; un motivo è sempre epifania per un musicista e un poeta vive la materia umana con sensibilità prosodica.
Per questo detesto la «pausa estiva» quando tutto è in sosta, quando tutti si godono la meritata tregua lavorativa – mi sento anc?ra più alienata…

E rigurgita un rimenìo sinaptico: «io non ho quotidiano»! Bene. E dunque? Si continua a promuovere e a diffondere l’eccellente, perché parole precise possano preparare poetiche promotrici di albe nuove. Albe, possibilmente, sinestetiche. Per questo chiesi a Giulio di regalarmi alcune sue riscritture, indicandomi suggestioni molteplici da abbinare alle liriche – al fine di renderle: «concerti sensoriali» per un’esperienza totalizzante, ricettando gli organi di percezione.

Shelley (da www.fidicaro.net)

«Synästhetisches Erlebnis»
di Giulio Viano

Vista: Ozymandias, riscrittura/tributo a Percy Bysshe Shelley
Udito: «Hovern’ engan» [tradotto dall’armeno come The Winds Have Dropped] di Lévon Minassian, suonatore di duduk franco-armeno.
Gusto e olfatto: pane liquido, hqt egizia con succo di datteri
Tatto: sgranare un beneaugurante melograno

OZYMANDIAS

A Percy Bysshe Shelley

Vidi un viandante su un lago di ghiaccio
esatto e levigato come acciaio,
più ampio di una steppa.

Piegando nell’enigma
steli senza più sangue
farfalla prigioniera
precipitata dal Sole alla Luna

trionfo e decadenza nei suoi occhi,
signori ormai, troppo tardi, di entrambi.

Ossa quei fiori
ammessi alla sua corte
e più sottili ancora
ombre inflitte all’oblio

tutta la scena appariva scomparsa,
nonostante un astro la illuminasse.

Se fosse stato fra esseri umani
avrebbe, muto, dominato il palco,
ma restando dal vuoto inascoltato,
il viaggiatore entrò nei miei occhi.

“Io ti ho già visto”, dissi.
Ferro la sua risposta impercettibile
dai lineamenti persi nella brezza:
“Due gambe in pietra senza più tronco

stanno là nel deserto”, disse, “ma
sola è la sabbia a sopportare il peso
di quella morte caduta dal trono
già allora crepe e grandine
sul sogno di una statua di sovrano
chiamato Ozymandias.
È questo che il deserto ha decretato. ”

“Perché perde colore la tua pelle
di fronte a cose ormai tanto lontane?
Come se questo acciaio
gelato avesse il tuo lontano cuore?”

“Il nome Ozymandias ero io”,
parole erose scomparendo disse
un sorriso di pietra a fior di labbra
e ancora un’eco di freddo comando.


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