Chiara Daino
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La poesia e lo spirito Estratto da La poesia e lo spirito
09 Ottobre 2009 06:00:37

Caro Vasco,

davvero ci vuole quello che io non ho, ci vuole pelo sullo stomaco [ho solo l’esofago a fiamma e più di un’ulcera e no!, lo so che non bastano]. Il problema è che non lo voglio. Non più. È sempre una questione di pelo. E nugoli di discussioni/dibattiti «De Videocracy» [hanno scoperto che tettEculi muovono marEmonti? Complimentoni! Non ce ne eravamo maimai accorti!] e cercare di muovere passi senza prostituire né corpo né credo – sapevo, l’ho sempre saputo, non sarebbe stata impresa facile… E sì che tu [me] lo canti da sempre: «le regole sono così / è la vita! ed è ora che CRESCI! / devi prenderla così… ». E sì che ti re-cito da sempre: «Sì, stupendo! Mi viene il vomito!». E sì che: nausea dopo nausea, ho rimesso tutto – in ginocchio, pregando per domani migliori da destinare. Io ho visto. Io ho sentito. Tutto. Tutto lo schifo, tutti gli orrori, tutte le perversioni, tutta la merDaviglia del popolo delle Arti. Cazzi loro! Al di là del disgusto e del senso di sporco che cercano di viscidarti addosso – ho rinunciato a molti facili guadagni per salvarmi la dignità. E ti assicuro: sono felice così. O meglio: ERO felice così – affrontando a muso duro torme di corrotti araldi del putrido. Mi credevo: svezzata e pronta. Una roccia: mi credevo. Credevo fosse cresciuto quel benedetto pelo sullo stomaco, forte della meRdaglia conosciuta nel “dietro le quinte”, degli scheletri palesati “dentro gli armadi”.  E quando si è così – ingenuamente – convinti  di farcela, qualcosa ti frena. Ti congela. All’improvviso.  Qualcosa ti toglie la corazza, ti strappa la maschera. E più che qualcosa: qualcuno. Quel qualcuno che può – farti capire che NON hai: il pelo sullo stomaco.

Spettacolo corale. E sono serena. Finché non li vedo: bambini in sala. Grandino sull’organizzatore: «i miei pezzi sono troppo crudi – per i bambini!». E mi calma: «tranquilla! Prima si esibiscono gruppi rock e poi recitano pezzi di Palazzeschi che contengono parolacce. Nessuna censura questa sera, non ti preoccupare! I bambini di oggi sono abituati…». E non mi preoccupo: salgo sul palco. E non vedo il pubblico [a Teatro arriva solo l’energia “marina” del pubblico: anime che non vedi, ma senti. Nel Bene e nel Male, l’onda è osmosi. Mancata o Riuscita] e lo Spettacolo continua, tra gli applausi, senza interruzioni. E salgo sul palco. E inizio. E inveisco, al mio solito. E all’improvviso: eccolo. Quel pianto. Una voce bambina piange, disperata. E mi frantuma: come autore del pezzo maledico il palco, come attore maledico il cuore che mi ha distratto dal personaggio, come anima vorrei solo scendere e chiedere scusa a quella voce bambina. Di tre pezzi, finisco il primo e volo – dietro le quinte. E tremo. E mi maledico. E l’Attore di Roma mi cazzia: «dovevi urlare SILENZIO IN SALA! FATE TACERE QUEL BAMBINO! Ti avrei applaudita per primo! Un Attore si comporta così: ABORTITE O FATELI TACERE!». Non sono attore abbastanza. Scusa, scusate tutti. Non ho abbastanza pelo sullo stomaco, non ne ho affatto.  E l’Attore di Roma non può sapere del mio aborto, ma di certo per lui: un bambino equivale ad un adulto qualsiasi, allo spettatore generico. No!, non sono attore abbastanza. Fine del primo tempo. E con l’Amico – mimetizzato in platea – volo via, volo a bere, a bere una birra, a bere un cuba, a bere della stricnina.  E una signora mi ferma: «volevo farle i complimenti! Ha sentito? Quel bambino che ha pianto le dimostra quanto sia arrivata dritta al punto. Ma chi è l’autore del pezzo?». E mi sento due volte: un pezzo di merda. E poi un uomo: «proprio brava! Quel bambino era davvero terrorizzato! Si ricorderà della sua esibizione per sempre! L’ha sconvolto solo per i toni della voce!». Impiccatemi e facciamola finita! – non m’interessano i giudizi sulla performance. M’inchioda il giudizio dell’Anima: «colpevole!». E l’Amico, un altro, minimizza: «i bambini piangono sempre. Sembra che tu li stia scannando, ma tanto forte urlano, tanto presto smettono – se distratti – e si dimenticano!». Non mi consola. Mi tortura: non io. Non io chi scatena la paura nei bambini. E proprio io? Io che ho pianto di paura per anni. Io che ho vinto la paura e non dimentico – CHI mi ha piagato di paura. Io che, cresciuta, flagello chi mi ha flagellato – quando non potevo difendermi, quando non capivo. Io mi ricordo. Io ricordo bene: ogni paura bambina. Posso danzare sui cadaveri dei molti luridi papponi violenti – senza provare un minimo di pietà [e rimando questa nuda sincerità alla divina bilancia], ma non posso tollerare l’idea di spaventare un/una innocente – non gli indifesi. Non io! Io sono chi vuole affondare gli artigli e i canini e la spada nel marciume dei cervelli adulti/adulterati: in lenta e continua craniotomia mortale. Non ne ho mai fatto mistero. Detesto il buonismo a basso costo e non tollero la sottomissione passiva. E mi sporco le mani.

Con adulti coscienti/conniventi/consenzienti/capaci d’intendere di volere e di scegliere. Sono un gradino sotto – l’etica di Léon [«Niente donne. Niente bambini.»]: esistono donne orribili che hanno sciente-mente scelto di ammazzare il prossimo. E per quelle donne – non provo pena alcuna.  Puntualizzato questo: «Niente bambini!». Mai!

I ain’t no nice girl after all – e mi traghetterò quel pianto bambino all’inferno, con una sola frase di conforto: «ti capisco. Avrei provato il tuo dolore. Lo stesso, e lo capisco…». La frase di una Grande Attrice e di una Donna ancora più Grande, un’Anima che recita di rado, ma abbraccia forte il suo bambino, una volta usciti da Teatro…


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