Chiara Daino
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La poesia e lo spirito Estratto da La poesia e lo spirito
18 Novembre 2009 07:00:31

Parlano, parlano di libertà,
ma quando vedono la penna libera,
allora il panico li provoca.

[liberamente, da Easy Rider:
in claris fit interpretatio]

«Non mi sono mai sentita a Casa – Quaggiù» scrive Dickinson. «Riporta questo selvaggio a Casa» canta Dickinson. Emily e Bruce. E nello stesso sentire: sentirsi sempre fuori luogo. Perché fuori di testa, fuori dai denti, fuori dal coro e fuori dal metro. E ne parlavo con l’amico. L’amico della kerkoporta. Mi ricorda, ancora, la kerkoporta: «devi farti kerkoporta, basta farsi kerkoporta. Costantinopoli – si dice – cadde a causa della kerkoporta, una piccola porta secondaria».
Alla quattrocentocinquatatreesima volta che mi sprona a diventar kerkoportiforme gli comunico che, per contrappasso dantesco, sarà concluso in una belìn di kerkoporta per l’eternità… E nel delirare e demandare all’Alighieri i tormenti di chi ci/mi cianura/cianurò la vita in vita, nasce la Metalli Commedia. E l’amico della kerkoporta offre occhio e orecchio all’opera. E presta mano: per contenere le cascate chiare [ché lui computa accenti e corregge e contiene i *cazzi* che Dama usa/abusa come virgola], per assegnare assilli all’arco dell’alloro che – no! Non è peccato mortale  sostituire Virgilio con Alice Cooper! E se – sì: è peccato mortale, m’ho da confessare…
E l’amico della kerkoporta presta i polsi: per formulare fastidi e ferrare il forte sentire – altro. Oltre il BellPaese buonista che caramella carmina e canta cliché: zecca l’oro che copre tutte le carie e tutte le carenze. Carenza che buca la pagina la parola il plasma: nella marea massmediatica di bbbuoni/socialmente impegnati/altruisti/benefattori/attivisti d’ogni sorta – chi sono i cattivi? E se non sono i giovani sono i metallari e quando sono giovani&metallari – sono prede prelibate da patibolare. E se prima l’etichetta [dai gloriosi esponenti della gloriosa Italietta Ipocrita] era: *alfiere dell’anoressia*, ora è: *paladina dei metallari*. Vera è la violenza con cui difendo ogni mio dire/dare – e non ho nessuna intenzione di smettere. Perché e per chi – non è difficile comprendere: troppo comodo parlare/prosare/poetare nei corposculi di qualche/qualsivoglia corrente. Assuefatti e accecati e accomodati nell’Arcadia e nell’Ammmore – asserire che la parola è cruda e crudele, che l’essere umano [tanto perfettibile quanto fallibile] prova e provoca Rabbia – è [ancora] realtà che non si vuole accettare.

E allora? Non potendo assumersi la responsabilità di tutta la gamma emotiva, non sforzandosi più d’indagare quelle scomode zone d’ombra – che non è mai piacevole percorrere quelle pieghe, quelle delle passioni più pericolose – la maggioranza deve *trovare i colpevoli*. Gli aizzapopoli, i corpi violenti da violentare. Gli abiti da bruciare per purificarsi. Abiti e ambiti naturalmente adatti allo scopo: e allora – attacca i metallari che, AnimaliBruttiCattiviDannati, suonano/sondano anche gli stati più scuri/secreti dell’umanissimo sentire/sentirsi!

E allora: vi dico non basta! Non basta dirsi controcultura e poi bigottare buone azioni. E allora vi dico: affarinculo le denunce davanti e dietro lo schermo, mentre si coccolano scheletri armadi e maschere – quando nessuno vede [ma qualcuno vede/vedrà sempre: OGNI mondo è un mondo piccolo]. E allora vi dico: dedico tutto – al popolo borchiato che conosce la Rabbia e – quando distrugge – è per costruire: domani migliori.

E, in primis, ringrazio il di lui kerkoportante Guglielmo Amore. E si ringrazia – sempre – Fabrizio Centofanti e LPELS tutta per aver permesso la pubblicazione dei primi estratti [ché lapidazione da parte dei puristi si prepara. E no: non cercate la perfezione delle terzine. E sì: “Lo spirito creatore giuoca con gli oggetti che ama” avverte il buon Carl Gustav.  E no: nessuna numerologia già data, la cabala Chiara digita il dado di Dama, colorando Dante – e segue il grido del globulo: il metallo ha forgiato. Da sé. Questo sì: non esiste cambiamento quando canoni/controlli sono le sole *cure/curie*].
Omaggio senza tempo, nei tempi dispari: alla [mia] famiglia di Metallari. La [mia] casa di Marshall e doppiacassa!

«La società va compiaciuta, laddove è possibile; se non la si compiace, bisogna sbalordirla; se non la si può né compiacere né sbalordire bisogna provocarla e farla INORRIDIRE» [Jordan in: Jung, Psychologische Typen]

I

Nel mezzo del gran sol di Satriani
mi ritrovai per caso tra poeti
che non vi so dir le lagne immani

né lo girar di gonadi per vieti
ch’imposer alla di me mia scrittura
di ferro – in quel mollo di profeti

Ahi quanto maledir esta uggia pura
esta massa massiva d’arroganza
che sol nel rum ne vinsi la lordura

tanto pedanti lator di mattanza,
torma munta dallo monatta stanco
quale Infame Colonna ch’avanza…

Così rimembrando il Manzo mastro
in sua gran pompa or’è al mio fianco
ecce Lisandro! E il dice capestro:

«memento memento Renzo e l’Arno
memento mori, voi turpi metallati!
null’è casto nello custom indarno,

echi neoclassici avete infangati?
in settenari sarete puniti:
studenti a vita e disoccupati!»

Quand’ecco qual dardo divino scocca:
«Vade retro! bigotta co’pruriti
I’son l’Alice ch’elogia la potta!

Vade retro: fermo, vetusta bocca!
I’son l’Alice che scuole conclude
e’l pitone sul bavero – arrocca!»

«O dello metallo il primiciglio,
padre mio, mie ghigliottine sì crude
Tu’l solo tu’l veleno tu’l piglio

macabro tu mentr’ io mi maraviglio
Cooper nostro, sia tu il benvenuto
in mio incubo
ché dolor sferraglio

l’atro censore m’impone bavaglio
m’impone sestine carche di pianto
m’impone sua sola – guisa di canto
secca per me codesto psicopompo!»

E al Manzo or preme suo meato,
sì piange per lo supplizio inflitto:
scuoio perpetuo, dal Simmons leccato

Manzo si spela, di strato in strato,
perde pelle sotto sferza di lingua
sua condanna: damnatio ad metalla

all’osso reso, mero cranio roso
miracola e membra e midolla
e torna assillo: daccapo abraso.

«Dove mi è?» il padre mio novella
«nei tre giri dell’Arte» – il canticchia:
«nell’inferno di chi strupò favella

sei, di giustizia, nella prima cerchia!
Diffida! Spetti sempre diffidare
dell’oro, credi al chiodo che borchia

la fine dello falso formulare!
Vendica con nota che luce brilla
tutto’l corrotto cinico fangare

nel nero ch’all’occhio goccia, pupilla
pinta pura, spada sarotti e scudo
nel tristo guadar stilla coccodrilla:

spartito – mira – nel fangoso feudo
più d’uno che ragliò, stonato musico,
come il piaga il suo guardian crudo»

[to be continued…]


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